Il farmacista territoriale: commesso o professionista sanitario?

Nonostante la solida preparazione scientifica, alcuni fattori contribuiscono a rendere il farmacista più simile ad un commesso che ad un professionista sanitario. Quali sono, e che cosa possiamo fare per riguadagnare il ruolo che ci spetta, nella società e nel SSN?

Il farmacista è retribuito sul valore della merce che vende. Ma ci sono altre tre ragioni che lo rendono più simile ad un commesso che ad un professionista sanitario.

<Il farmacista ormai è soltanto un commesso>. Fra tanti luoghi comuni che si sentono in giro, questo è sicuramente il meno apprezzato dalla nostra categoria, che vorrebbe ricevere un maggior riconoscimento del proprio ruolo sanitario. Tuttavia è innegabile che, dal punto di vista remunerativo, il farmacista abbia più affinità con i negozianti che con i medici e gli infermieri. Infatti, a differenza dei medici e degli altri operatori sanitari, che vengono retribuiti per la prestazione svolta, il farmacista è retribuito solo indirettamente, in base al valore della merce venduta. Ipotizzare un sistema dove il farmacista è rimborsato a prestazione è sicuramente possibile, anzi va dato merito a Federfarma di aver fatto qualche timido tentativo in questa direzione. Tuttavia, il metodo remunerativo è soltanto uno dei quattro fattori che- a nostro parere- allontanano il farmacista dal suo ruolo di professionista sanitario e lo avvicinano a un commerciante. In questo approfondimento definiremo quali siano gli altri tre, ma soprattutto diremo che cosa, secondo noi, possono fare i farmacisti- come categoria- per porvi rimedio e riguadagnare il ruolo che ad essi spetta nella società e nel SSN.

Il nostro comportamento è assai di rado basato su evidenze, linee guida e protocolli. Ci affidiamo alla nostra personale opinione.

La mancanza di ricerca scientifica e linee guida professionali. Attualmente in tutte le professioni sanitarie, dall’infermieristica alla fisioterapia passando ovviamente per la medicina, si procede esclusivamente sulla base di linee guida professionali, basate sull’evidenza scientifica. Anche se molti farmacisti studiano e si aggiornano costantemente, il nostro comportamento è sempre basato sulla nostra personale opinione, e assai di rado su evidenze, linee guida e protocolli. Quanti studi scientifici vengono compiuti dalle farmacie italiane? Quante linee guida e protocolli di buona pratica professionale fornisce la nostra federazione? Questo contribuisce a rendere le farmacie più simili a negozi che a presidi sanitari, e i farmacisti più simili a commessi che a professionisti sanitari, nonostante la solida ed ampia preparazione accademica della maggior parte di noi.

La metà di noi raccomanda ancora pratiche antiscientifiche.

Le pratiche antiscientifiche. Assieme alla mancanza di metodo scientifico nell’esercizio della pratica quotidiana, i farmacisti risentono anche dell’utilizzo di pratiche ormai riconosciute oltre ogni ragionevole dubbio come antiscientifiche. Solo una piccola percentuale di medici utilizza e consiglia ancora medicinali omeopatici, mentre sembra che buona parte dei farmacisti (il 50% secondo la nostra statistica) consigli ancora, sempre o qualche volta, un rimedio hannemaniano. L’omeopatia è solo la punta dell’iceberg di una serie di medicine antiscientifiche consigliate- o perlomeno vendute- nelle farmacie: ad essa si associano, a mero titolo esemplificativo, i fiori di Bach, i fiori australiani, i sali di Schussler e gli oligoelementi. Io sono convinto che i colleghi omeopati operino in completa buona fede, ma rimane il fatto che tutte queste pratiche non sono mai andate oltre l’aneddotica e- con buona pace dei sostenitori- non aiutano l’immagine del farmacista, né di fronte alla società e nemmeno nei rapporti con le altre professioni sanitarie.

I farmacisti collaboratori sono inquadrati proprio con il contratto dei commessi.

L’inquadramento dei collaboratori. Era inevitabile, in questo approfondimento, dichiarare qualcosa di profondamente ovvio: i farmacisti sono dei commessi perché il loro contratto afferisce al comparto del commercio e non a quello sanitario. In questo contesto la mia affermazione è scollegata da qualsiasi valutazione di natura economica, anche perchè come abbiamo visto il passaggio al contratto sanitario non comporterebbe un grosso aggravio in termini economici per le farmacie.

La ricetta di Farmacisti Al Lavoro. Chi segue questo blog sa che le soluzioni proposte nei nostri approfondimenti sono generalmente di immediata applicazione e generano un ritorno in tempi molto rapidi. Purtroppo in questo caso non è così: migliorare la percezione che la società ha del farmacista non può essere fatto dall’oggi al domani. Se è difficile intervenire sul meccanismo remunerativo delle farmacie come aziende, ci sono però alcune cose che si potrebbero fare da subito e ritengo che la Federazione ne dovrebbe tenere conto nella pianificazione dei futuri obiettivi della professione: 1) creazione di una rete scientifica di farmacisti, magari promossa da associazioni già esistenti, che inizi a definire e promuovere una pratica quotidiana basata sull’evidenza scientifica; 2) progressivo abbandono dell’omeopatia e delle altre pratiche antiscientifiche. Esiste già, a tal proposito, la petizione per le #farmaciesenzaomeopatia, dalla quale è nato anche l’omonimo gruppo su Facebook; 3) passaggio dal contratto del commercio a quello sanitario per i farmacisti collaboratori. Come abbiamo visto in un precedente approfondimento, questo tipo di accordo sarebbe vantaggioso anche per i titolari.

Mi piacerebbe conoscere anche il vostro punto di vista su questo argomento, per cui non esitate a commentare o scrivermi all’indirizzo farmacistiallavoro@gmail.com, se siete interessati. Nel frattempo, se non l’avete già fatto, ricordatevi di mettere il like alla pagina Facebook di Farmacisti Al Lavoro. Buon lavoro a tutti i farmacisti!

22 pensieri riguardo “Il farmacista territoriale: commesso o professionista sanitario?”

  1. Bisogna aprire le scuole di specializzazione in farmacia ospedaliera e farmacologia i modo da dare la possibilità a molti farmacisti di essere sempre più specializzati pur lavorando in farmacie territoriali(pubbliche e private).
    Perfino nei paesi più evoluti non esiste la scuola di specializzazione in farmacia ospedaliera ma è concesso ai laureati in farmacia di fare un preciso percorso all’interno di ospedali,case di cura, aziende e tanto altro. Data la loro esistenza in Italia allora è bene che venga concesso a tutti la possibilità di accedere ai corsi. Invece le scuole italiane sono sempre più rare e con una media di 3-4 posti (un paio di citta’ escluse)
    La storia risulta ancor più assurda se si pensa che in Italia ci sono scuole di specializzazione che hanno anche un solo iscritto per anno in corso! Sono da rivedere completamente i criteri di ammissione, ad oggi porto sicuro per molti ricercatori precari e pertanto chi ne paga le conseguenze sono sempre i “sempli” laureati in farmacia. Non è assolutamente giusto che si stabilisca in partenza, sulla base di un sistema da rivedere in toto, i vincitori della scuola.

  2. Prima di fare affermazioni “antistoriche” bisognerebbe documentarsi! “Solo una piccola percentuale di medici utilizza e consiglia ancora medicinali omeopatici” tra l’altro definiti pratiche “antiscientifiche”. Una cosa alla volta. I medici che consigliano ai loro pazienti rimedi omeopatici sono più di 20.000 (circa l’8% del totale. Se poi guardiamo ai pediatri 1 su 3 consiglia l’omeopatia (http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/salute_bambini/medicina/2016/09/30/quasi-un-pediatra-su-3-ricorre-a-omeopatia-dato-in-aumento_60a0e30a-2988-46f6-afde-f3b2c9e5796c.html)
    dati certificati dalla FIMP.
    Lamentarsi di uno dei pochi campi in cui il farmacista, opportunamente preparato, può dare consiglio al paziente, vuoi per l’assenza di effetti collaterali, vuoi per l’efficacia, che molti dei farmacisti che consigliano, riscontrano nella pratica quotidiana, a dispetto della presunta “antiscientificità” , va ad avallare l’argomento che si cerca di contestare, cioè il ridurre una professionalità con una formazione di alto profilo, al ruolo di commesso. Atteggiamento “tafazziano” tipico dell’italiano medio (basso). Informarsi per informare!

    1. Buonasera Giuseppe.
      Non raccolgo la provocazione sull’appellativo di italiano medio-basso, e ti rispondo sugli altri punti.
      Sicuramente, fra le varie classi di medici, c’è una maggior propensione all’utilizzo dell’omeopatia da parte dei pediatri di libera scelta. Una possibile spiegazione è il fatto che questi, a differenza dei pediatri ospedalieri, si trovano spesso a dover trattare patologie lievi e autorisolutive: patologie che guarirebbero comunque, e quindi il razionale del trattamento è soprattutto quello di tranquillizzare i genitori.
      Tu stesso ammetti che la percentuale di medici che consiglia l’omeopatia è di circa l’8%, contro il 50% dei farmacisti. Non ho modo di accedere alla statistica da te fornita (che sarei lieto di visionare) ma se anche fosse vera non mi pare che definire l’8% una piccola percentuale sia così sbagliato.
      Quanto all’antiscientificità dell’omeopatia, il termine deriva naturalmente dal fatto che ad oggi non esistono studi di qualità che ne dimostrino l’efficacia, tanto che le più autorevoli riviste scientifiche mondiali (fra cui The Lancet) e le più prestigiose associazioni mediche (fra cui la British Medical Association) l’hanno ormai ufficialmente ripudiata.

      1. Ma certo, come d’altra parte dimostra l’ultimo piano strategico sulle MNC di quel consesso di stregoni che è l’OMS…. : /

    2. ovvio, ma è inutile sprecare fiato: chi è satura di pregiudizio anti-scientifico, come l’autore di questo articolo e qualcuno tra i commentatori, non cambierà mai idea neanche se gli somministri per flebo l’intero piano pluriennale sulle MNC dell’OMS….

  3. Anche il dispensare SEMPRE e SOLO con ricetta aiuterebbe ad essere percepiti come Professionisti e non bottegai.

    Servono più controlli.

  4. Servono i servizi.. Dare più spazio e libertà alla Galenica, alla farmacia dei servizi ( quelli veri, seri e professionali), spscializzarsi e perché no magari in un futuro introdurre la figura del farmacista nei reparti e negli ambulatori medici.

  5. “Il farmacista è diventato un commesso?” Si chiede Paolo Cabas. E torna la critica al farmacista commerciante che ci tedia in questi anni e assilla soprattutto certi collaboratori. Partiamo da cosa non è più il farmacista: fino agli anni ’50 del secolo scorso le farmacie erano le officine del farmaco e il farmacista il loro allestitore. Da allora la progressiva marginalizzazione del core business della Farmacia ha progressivamente svuotato la professione dal senso originario. Il farmacista è diventato in primis un venditore, non più produttore, di farmaci,un venditore di prodotti salutari, un consulente e adesso un dispensatore di servizi più o meno connessi con la salute. Perciò è un commerciante? Si lo è e dovrebbe andarne fiero perché finché è possibile gli darà indipendenza e il prestigio che si costruirà. Anche quando fabbricava farmaci metteva tutta la sua scienza nei prodotti ed era remunerato da essi. Adesso un vero professionista coniuga la vendita di farmaci e prodotti salutari con una guida sicura per gli utenti. Ben vengano linee guida più stringenti e percorsi di farmacovigilanza e presa in carica di pazienti e di gruppi di patologie. Non restituiranno importanza alla professione se non troveranno un laureato pronto a migliorarsi e specializzarsi. In tanti anni di professione non è mai venuto un farmacista che mi abbia detto : mi provi sono il migliore in questa o quest’altra specializzazione. Per quanto riguarda le pratiche antiscientifiche anche se è nostro dovere chiarire al paziente la differenza fra i vari metodi personalmente penso che le medicine alternative richiedono al farmacista una preparazione all’ascolto che migliora anche le capacità relazionali in tutti i campi di cui si occupa. 200 anni di omeopatia e tantissimi medici che hanno lasciato migliaia di casi descritti sapientemente non possono essere liquidati come pratica antiscientifica anche perché sappiamo come si sono sviluppati i farmaci in questi 100 anni.

    1. Ringraziamo il collega per un contributo così articolato: non dobbiamo averlo tediato poi così tanto, in fin dei conti. D’altra parte, se la critica al farmacista commerciante proviene perlopiù dall’ambiente dei collaboratori (categoria alla quale non appartengo), la retorica della farmacia come primo presidio sanitario sul territorio è portata avanti soprattutto da Federfarma, e ad oggi rimane l’unica argomentazione valida contro la liberalizzazione del settore. Ritengo perciò che sarebbe interesse di tutta la categoria ridisegnare il ruolo del farmacista nel SSN, senza per questo rinunciare agli aspetti commerciali, che non sono in contrasto con le prerogative di un professionista sanitario. Per quanto riguarda l’omeopatia, non sono certo stato io a liquidarla come pratica antiscientifica: ci hanno pensato prestigiose riviste e associazioni scientifiche quali le già citate The Lancet e British Medical Association.

      1. Litigare sull’omeopatia non porta da nessuna parte, è solo un ulteriore motivo di disgregazione della categoria. Dobbiamo tutti conoscere un po’ di medicine alternative, e imparare a discriminare tra medicina alternativa seria, praticata da professionisti competenti, e ciarlataneria. Questo anche per ascoltare e comprendere i problemi dei pazienti, come ha giustamente osservato il collega.
        Per quanto riguarda la nostra professionalità, abbiamo molto da recuperare. La conoscenza del farmaco è centrale, e secondo me molto trascurata. Ed è solo nostra.
        Inoltre va recuperato il rapporto di fiducia reciproca con i medici.
        Last but not least, da titolare dico che i collaboratori sono prima di tutto colleghi, spesso più preparati di noi, e vanno rispettati anche nelle loro scelte professionali. Se per primi noi li trattiamo da commessi, il pubblico cosa percepisce?

        1. Ciao Laura, benvenuta e grazie del contributo. Sicuramente il farmacista deve essere un riferimento per quanto riguarda la medicina “complementare”, soprattutto riguardo alla fitoterapia e all’integrazione. Il termine ciarlataneria presuppone la malafede da parte del venditore, e io non credo affatto che i farmacisti che consigliano l’omeopatia siano dei ciarlatani, perchè nella quasi totalità dei casi- almeno nella mia esperienza- operano in completa buona fede e consigliano cose che hanno studiato e per le quali hanno perso molte domeniche in corsi d’aggiornamento. Il punto è che molte di queste pratiche alternative non funzionano secondo criteri di evidence-based medicine. Se, come dici tu giustamente, vogliamo riguadagnare la fiducia dei medici, allora dobbiamo iniziare a parlare la stessa lingua, che è la lingua della scienza.

          1. “… La lingua della scienza”.
            Il problema è che medicina, fisiologia, biologia e di conseguenza anche la farmacologia umana, non sono scienze esatte.
            Che cosa è oggi, il “metodo scientifico”?
            Riassumendo estremamente, oggi la verità scientifica nel campo della medicina non è altro che un giudizio, attribuito da esseri umani.
            Esperimento – valutazione – revisione – pubblicazione in Rivista.
            Ogni passaggio é imperfetto, in quanto arbitrario e artificiale. Attualmente il metodo scientifico, nostro imprescindibile faro, è una convenzione, un patto tra uomini. Il valore del metodo scientifico non è intrinseco, è dato dalle virtù umane, tra le quali ci auguriamo che sempre spicchino: sincerità, umiltà e altruismo

  6. Il tedio che denunciavo non è rivolto al collega Paolo che in realtà sta facendo col suo blog e le sue inchieste un ottimo lavoro per tutti i farmacisti ma alla modalità di porsi verso la nostra professione quando si cerca una dicotomia fra l’aspetto professionale e commerciale. Per quanto riguarda la liberalizzazione chiedo quale si vuole? Di proprietà ? Sta arrivando. Di apertura? Con quali prospettive e ricadute per il servizio in generale? Sarebbe un’inchiesta interessante. Come dicevo per tutti i colleghi il sentirsi un commesso dipende da come si sente la propria professione. A me ogni giorno dà sempre molta soddisfazione.

    1. Grazie dell’apprezzamento. Raccogliamo il suggerimento per un approfondimento sull’argomento liberalizzazioni, che abbiamo trattato in un recente sondaggio.

  7. Il contratto di commercio per i farmacisti collaboratori è utilizzato solo dalla GDO . Nelle farmacie territoriali private è in vigore il CCN che garantisce tutele molto più ampie

    1. Non solo dalla GDO: anche le parafarmacie private utilizzano, tendenzialmente, il contratto del commercio. Il CCNL dei farmacisti dipendenti di farmacia privata afferisce in ogni caso al comparto del commercio, tanto che le trattative vengono condotte tra Federfarma e la Filcams. Quanto alle tutele, aldilà degli aspetti economici, non mi risulta ci siano grosse differenze tra i due contratti.

  8. Buonasera.
    Purtroppo siamo per la stragrande maggioranza commessi e (ma credo sia palese a molti colleghi) molto spesso sfruttati da titolari di farmacie che vedono chi entra non come una persona a cui offrire un servizio e magari suggerire una soluzione (ove possibile e nei dovuti limiti), ma molte volte solo come un cliente da sbrigare in fretta e tutto per la moneta sonante.
    Ovvio non si fa di tutta un’erba un fascio, ma sfido a dire che è tutto cristallino e condotto nel rispetto delle regole e dei dipendenti. D’altronde la domanda (intenso come numero di farmacisti) in Italia è troppo elevata e quindi certi atteggiamenti risultano gratuiti perché tolto uno lo si rimpiazza con un altro.

    Siamo tra i meno retribuiti in Europa, tra i meno tutelati ed il CCNL è fermo da anni.
    Potrebbe essere una lama a doppio taglio, ma sarei curioso di vedere un panorama di liberalizzazione dove vi è sì la componente commerciale, ma dove i clienti tornano perché in un certo senso coccolati e seguiti in tutta professionalità. In quel caso vi sarebbe una concorrenza sul lato più umano/professionale che meramente economico.
    Come Gianluigi mi sento anch’io orgoglioso del mio rapporto con i clienti, di chi mi ringrazia di cuore e di chi mi stringe anche la mano o mi chiama per un consiglio, meno per l’aspetto che vige tra titolare e dipendenti. Abbiamo bisogno di più tutele e soprattutto di abolire quella inutilità della tassa ENPAF che è solo un salasso per chi non è titolare ed è costretto a pagare la quota di solidarietà, o quella ridotta.
    E per tali motivi molto spesso mi chiedo se sia conveniente rimanere, o tentare la strada all’estero, o per assurdo molti colleghi si sono ritrovati più a loro agio in parafarmacie che in Italia spesso sono malgestite e bistrattate, ma più flessibili su certi aspetti lavorativi (al di là della ricettazione).

    Spero anch’io come nel tuo caso, visto che ne sei la testimonianza diretta, di trovare la mia strada personale in questo campo minato del panorama farmacia.

    1. Ciao Giacomo, non posso risponderti nel merito di tutti i punti perché hai aperto tantissimi argomenti, di alcuni dei quali (come lo squilibrio tra domanda e offerta e il confronto retributivo coi colleghi europei) ci siamo già occupati su Farmacisti Al Lavoro. Ad ogni modo, da come ho l’impressione che tu non sia soddisfatto, ad oggi, di quello che hai. Ma troverai una strada che ti soddisfa, se ne avrai la volontà e la determinazione. Scrivici pure se hai bisogno di qualche consiglio.

      1. Ti ringrazio per la risposta Paolo e per l’offerta.
        Sono ancora relativamente nuovo nel settore, ma già dal tirocinio avevo intravisto l’andamento e il motore che fa andare avanti molte attività private, ovvero il denaro. Non sono di certo un ipocrita, quindi comprendo benissimo che ognuno deve fare il proprio tornaconto e che io da dipendente non posso mettermi nei panni del titolare. Tuttavia la differenza che contraddistingue secondo me farmacisti, medici, o comunque tutta quella serie di professioni che riguardano la salute dell’individuo è l’etica, il non anteporre il denaro al codice deontologico e personalmente mi è capitato di osservare nella maggioranza dei casi un trend opposto. In passato mi era pure stato intimato di non consigliare i generici, di non perdere tempo a capire i problemi della persona(lo preferisco a definirlo cliente), di vendere e di spingere su prodotti di dubbia utilità.
        Parlando con colleghi poi si ha veramente l’impressione di essere all’interno di un meccanismo che ti fa identificare come un commesso di un supermercato (come scritto precedentemente) e la mancanza di tutele e di appoggio delle istituzioni non farà cambiare il panorama da qui all’anno prossimo, magari nemmeno all’interno di una finestra di 10 anni.
        È anche vero che esistono farmacie e farmacie, titolari e titolari, quindi lungi da includere tutti in un gruppo, ma più opinioni ed esperienze negative mi lasciano sempre basito e con l’amaro in bocca.

        Ad ogni modo senza dilungarmi e da neofita del settore ammetto di aver scoperto da poco questo sito/blog, ma leggerò volentieri gli articoli citati perché credo potrebbero darmi spunti importanti per la mia carriera, sull’identificarmi come un professionista serio e rispettoso delle regole che ahimè qui sono spesso interpretate in maniera superficiale e di una realtà della quale mi sento di non fare parte per come è posta al momento.

  9. D’accordissimo sul fatto che in farmacia non si fa ricerca scientifica. Ma quale ricerca scientifica si potrebbe mai fare? Forse al massimo qualche questionario ai clienti sul corretto uso dei farmaci e sui corretti stili di vita (ma la Ricerca, quella con la R maiuscola, è un’altra cosa).
    D’accordissimo sul fatto che non ci siano linee guide professionali. Ma non ritieni che per il lavoro che facciamo i nostri margini d’azione siano già abbastanza ben delineati? La legislazione non si può certo dire che sia carente, se poi ci sono colleghi che dispensano farmaci da prescrizione senza ricetta non è di certo perché mancano le “linee guida” al riguardo.
    D’accordissimo sul fatto che omeopatia e altre medicine alternative siano del tutto antiscientifiche. Ma il non vendere prodotti omeopatici ed affini ci renderebbe agli occhi del pubblico (e anche nostri) forse meno venditori? Io dico di no, resteremmo venditori di tutte le altre “scatolette”.
    D’accordissimo sul fatto che “i farmacisti sono dei commessi perché il loro contratto afferisce al comparto del commercio e non a quello sanitario”. Ma i nostri clienti non ci vedono venditori a causa del nostro contratto, che ovviamente nemmeno conoscono.
    “Che cosa possiamo fare per riguadagnare il ruolo che ci spetta?” Risposte semplici non ne ho, ma di sicuro osservo che :
    1) ci sono molti colleghi che, dispiace dirlo, vuoi per carente preparazione universitaria, vuoi per scarso approfondimento personale, hanno una bassa competenza relativamante ai farmaci, intendo dire che “non se ne intendono”.
    2) ci sono molti colleghi che, pur di far cassa, venderebbero/consiglierebbero qualsiasi cosa, con buona pace del venire incontro ai bisogni del cliente.
    Saluti e complimenti per il sito, intellettualmente molto stimolante.

  10. Anch’io ho intenzione di essere valorizzato e non considerato un semplice commesso!Ho studiato tanto e credo di essere molto preparato nella mia professione. vorrei avere delle indicazioni per trasferirmi in UK per essere valorizzato e magari anche senza scuola di specializzazione (non retribuita) fare un lavoro che mi piace e rispettabile! se qualcuno può darmi delle dritte e magari indicarmi la procedura, gli sarei molto grato.

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