Circolare ENPAF sul lavoro occasionale: qualcosa è cambiato?

Una circolare ENPAF recentemente diramata sembrerebbe aprire la strada alle collaborazioni occasionali in ritenuta d’acconto. Ma siamo sicuri che sia proprio così?

La circolare non fa riferimento alla prestazione occasionale in ritenuta d’acconto, ma ai nuovi voucher.

Con la circolare numero 18 di settembre 2017 l’ENPAF ha informato i suoi iscritti che, pur non essendo configurabile rispetto ai professionisti iscritti ad un albo, qualora venga comunque attivato “nonostante l’affermata incompatibilità, il lavoro occasionale, ai fini Enpaf, consente di beneficiare della riduzione contributiva o dell’applicazione del contributo di solidarietà”.  Sulle prime anche noi di Farmacisti Al Lavoro siamo rimasti stupiti: che si trattasse di una prima apertura da parte dell’ente nei confronti della cosiddetta “prestazione occasionale”, detta anche impropriamente “prestazione con ritenuta d’acconto”?  Infatti a causa delle normative sempre più restrittive era diventato ormai praticamente impossibile per un farmacista senza partita Iva effettuare prestazioni occasionali. Ecco però quanto risultato da una più attenta disamina della circolare.

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La seconda attività non professionale del farmacista

Ci scrive un collega impiegato part-time in una farmacia comunale, che intende svolgere una seconda attività non professionale. In questo caso meglio una collaborazione occasionale o l’apertura di partita IVA? Avrà problemi con l’ENPAF? Farmacisti Al Lavoro risponde.

Salve Dottore,
le scrivo per ricevere un chiarimento sulla compatibilità tra il lavoro di farmacista e un’altra attività lavorativa inquadrata con contratto di collaborazione o che preveda partita IVA. Attualmente lavoro come farmacista collaboratore in una farmacia comunale, con contratto a tempo indeterminato part-time, e usufruisco della riduzione contributiva ENPAF pagando il contributo di solidarietà. Ho ricevuto una proposta lavorativa come tutor in un master universitario, inizialmente con un contratto di collaborazione ed eventualmente come consulente con partita IVA. Vorrei sapere se tale attività lavorativa, da un punto di vista formale, sarebbe compatibile con quella di farmacista e se determinerebbe una variazione della mia situazione contributiva, comportando il pagamento di una rata ENPAF più elevata o addirittura della quota contributiva intera.
Dott. Matteo Trexato.
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Titolari di farmacia, di parafarmacia e dipendenti: a chi pesa di più l’ENPAF?

In questo approfondimento Farmacisti Al Lavoro studia le regole del nostro ente pensionistico, facendo un confronto con la cassa dei medici. Inoltre si chiede che cosa possano fare i farmacisti dipendenti per ridurre il peso dell’ENPAF nei loro confronti.

Quando Farmacisti Al Lavoro si è occupato della rappresentanza dei farmacisti dipendenti all’interno del nostro ente pensionistico, era partito dal seguente presupposto: non è possibile abolire l’ENPAF, come molti farmacisti vorrebbero, perché tutte le professioni ordinistiche devono per legge dotarsi di una cassa professionisti. Quello che cambia, da una cassa all’altra, sono le regole per il calcolo dei contributi, che possono generare grosse disparità all’interno di una categoria. Per farvi capire ciò che intendo dire, in questo articolo vi porterò l’esempio di un’altra cassa professionisti, l’ENPAM, che applica un diverso regolamento contributivo. Vedremo che cosa cambierebbe se i farmacisti, titolari e dipendenti, fossero iscritti alla cassa dei medici.

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Il farmacista dipendente, una figura senza rappresentanza

Chi rappresenta i farmacisti all’interno degli Ordini? Farmacisti Al Lavoro ha scoperto che i farmacisti dipendenti sono praticamente senza rappresentanza.

Ci scrive un collega meridionale: <Da noi i farmacisti non titolari non sono tutelati dall’ordine provinciale, che è composto esclusivamente da titolari>.

Qualche tempo fa ha scritto a Farmacisti Al Lavoro, in una mail privata che pubblico con il suo consenso, un collega iscritto ad un Ordine di una regione meridionale che, dopo aver prestato servizio per due settimane presso una farmacia stagionale, è stato lasciato a casa e non è stato pagato: <Purtroppo da noi i neolaureati non figli di farmacisti non sono tutelati dall’Ordine provinciale, che è composto da titolari che hanno deciso che dobbiamo prestare i primi due anni di pratica professionale a titolo gratuito. Se vogliamo imparare siamo costretti ad entrare nelle loro farmacie, lavorare a tutti gli effetti, senza però essere retribuiti come nelle altre città d’Italia. Nessuno di noi si oppone a questo sistema, perché significherebbe non lavorare mai più in questo settore. Qualcuno lascia questa terra, altri invece non possono andare via e sono costretti ad abbassare la testa, oppure a cercare altri tipi di lavoro. Spero comunque di riuscire a risolvere questa situazione>. Esiste davvero un accordo tra i titolari che costringe i farmacisti non titolari di quella provincia a lavorare gratis due anni prima di essere assunti? Non abbiamo modo di saperlo, e vogliamo pensare di no. Tuttavia, osservando il consiglio direttivo di quell’Ordine provinciale, ho facilmente identificato come titolari di farmacia il presidente, il segretario, il tesoriere e nove consiglieri su undici. Solo un consigliere sembrerebbe essere un collaboratore, mentre il vicepresidente e l’ultimo consigliere sono rispettivamente un dipendente dell’azienda sanitaria e un docente universitario. Dopo questa breve indagine, ho deciso che avrei studiato il fenomeno più a fondo: è possibile che anche nelle altre province italiane i farmacisti collaboratori non siano rappresentati all’interno degli ordini? Così ho fatto una ricerca a livello nazionale riguardante i presidenti degli Ordini. Prima ancora, però, ho voluto studiare numericamente quali fossero le forze in gioco.

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