Numero chiuso a Farmacia e Ctf, Mnlf: «Ingiusto ed obsoleto»

Il Movimento nazionale liberi farmacisti ritiene «ingiusto ed obsoleto» il mantenimento del numero chiuso nelle facoltà di Farmacie e Ctf.

«La richiesta di regolare attraverso un numero chiuso l’accesso al corso di laurea in farmacia è immotivata e strumentale a mantenere invariato l’attuale assetto legislativo». Inoltre, tale pratica «risulta avere anche dei connotati classisti, perché è del tutto evidente che tra coloro che rimarrebbero fuori, ma con maggiori disponibilità economiche potrebbe scegliere di iscriversi ad altra università europea». È quanto evidenzia il Movimento nazionale liberi farmacisti (Mnlf), in merito alla possibilità di variare il numero chiuso nelle facoltà di farmacia in Italia utilizzando un modello alla francese. Nello specifico, la riforma del governo Macron, intende favorire un sistema di sbarramento graduale da applicare nel corso degli anni, provocando una fuoriuscita dal corso di studio nel momento in cui non si riesca a superare esami di sbarramento posti alla fine degli anni accademici.

Iniziativa che sebbene in Francia abbia favorito numerose polemiche, secondo quanto riferito dal Mnlf, sembrerebbe essere entrata nelle simpatie di alcuni rappresentanti della Federazione degli ordini dei farmacisti italiani (Fofi). In proposito, la sigla si dice totalmente contraria al modello «perché questo comporterebbe un costo enorme per le famiglie per supportare lo studio dei propri figli, una grave frustrazione per i giovani che avranno perso uno o due anni della loro vita nel tentativo, fallito, di proseguire negli studi per prendere la laurea da loro desiderata, uno spreco di soldi pubblici per fare studiare inutilmente migliaia di giovani».

Inoltre, sottolinea il Mnlf, «la verità è che durante il primo anno è impossibile individuare quelli che saranno i laureati migliori rispetto a quelli che non si potranno laureare perché scartati. Di certo questa modalità di selezione è – come sperimentato per decenni in Francia –, oltre che inaffidabile, enormemente costosa, non solo in termini economici, per chi alla fine del primo anno non riuscirà a superare il blocco del numero contingentato di posti». Facendo riferimento anche ad un «meccanismo “ambiguo”», riferito al «”fabbisogno” dei laureati in ogni singola disciplina sanitaria». In proposito, il Movimento nazionale liberi farmacisti rende noto che «il candidato a proseguire gli studi accede liberamente al primo anno, se consegue il numero di crediti sufficienti, accede al test, e se lo supera non è detto che possa proseguire gli studi perché i posti a concorso saranno stabiliti si in base alla disponibilità di ogni singolo ateneo, ma anche rispetto al fabbisogno di laureati a livello nazionale. Fabbisogno, che come più volte affermato è basato su un modello europeo che prevede tra i rilevatori anche gli Ordini professionali all’interno della decisione formulata dalla Conferenza Stato-Regioni. Più volte abbiamo chiesto alla Fofi quale sia il ruolo svolto in queste rilevazioni, più volte, come per altri quesiti, non ci è stata data risposta».

Sempre in merito al numero chiuso, nel febbraio del 2017, Farmacisti al Lavoro aveva risposto ad alcuni quesiti (disponibili aprendo questo link) confrontando i dati italiani con i dati dei colleghi greci, portoghesi, francesi, tedeschi e inglesi. Tra questi, «I farmacisti italiani sono i meno pagati d’Europa: è vera questa affermazione?», «È vero che siamo troppi rispetto alle farmacie?», ed infine «Che cosa succederebbe aumentando il numero di farmacie?».

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Caso ossicodone, Mandelli (Fofi): «Episodio di Firenze non può lasciare indifferenti»

Andrea Mandelli, presidente della Fofi, commenta il tragico evento accaduto a Firenze relativo alla morte di due fratelli. Conasfa: «Problema cronico elusione norme».

«Il tragico episodio di Firenze non può lasciare indifferenti. Nel nostro paese non si conoscono fenomeni di abuso di medicinali analgesici oppioidi analoghi a quelli che si registrano in altre realtà, tuttavia occorre tenere alta la guardia». È il commento di Andrea Mandelli, presidente della Fofi, in seguito al tragico episodio che ha visto la morte di due fratelli a Firenze. Come riportato dalla stampa locale, i giovani avrebbero assunto un mix di alcol e droghe. Nel corso dei rilievi gli inquirenti hanno rinvenuto lo scontrino e scatole di un farmaco a base di ossicodone, principio attivo con la potenza simile alla morfina, aprendo così all’ipotesi della simultanea somministrazione con altre sostanze. Secondo quanto evidenzia Mandelli, in merito all’accaduto, «va applicata con il massimo rigore la normativa vigente, che impone la presenza di una prescrizione medica per la dispensazione di tutti questi farmaci: per alcuni la ricetta speciale per gli stupefacenti e per altri quella del Ssn o quella “bianca” non ripetibile”».

«Attualmente – evidenzia il dirigente – è in corso un’indagine giudiziaria che accerterà se vi sono responsabilità da parte di un farmacista e quali; quando i fatti saranno accertati, come di prassi, sarà l’Ordine Provinciale di Firenze ad assumere le iniziative disciplinari necessarie. Da parte nostra non possiamo che ribadire l’obbligo, deontologico oltre che legale, di non consegnare senza ricetta nessun farmaco che la richieda, come peraltro fanno ogni giorno gli oltre sessantamila farmacisti che operano nelle ventimila farmacie italiane. Per questo, se dovessero emergere responsabilità a carico di farmacisti si agirà con la massima tempestività e fermezza».

Dello stesso avviso è la Federazione nazionale associazioni farmacisti non titolari (Conasfa), la quale ha ribadito che «non è il primo e purtroppo non sarà l’ultimo caso». In proposito, la sigla ha sottolineato che «gli eventi accaduti a Firenze in questi giorni, con una probabile dispensazione del farmaco senza la presenza della ricetta medica hanno sortito l’evento più drammatico. Non vogliamo e non possiamo in questo momento commentare l’episodio specifico, sentite le poche informazioni e l’istruttoria aperta». Tuttavia, «come in altre occasioni – conclude il Conasfa – la categoria e le organizzazioni professionali devono soffermarsi sul problema cronico dell’elusione delle norme. Contravvenire alle norme di leggi e al Codice deontologico comporta responsabilità specifiche e gravi del Farmacista. Purtroppo spesso sottoposto a pressioni da più parti, si rischia di non rispettare le regole che tutelano, oltre il cittadino, la nostra professionalità».

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Comitato No Enpaf, presentato il Manifesto ufficiale

Dopo le iniziative sul territorio, i farmacisti del comitato No Enpaf presentano un Manifesto ufficiale a sostegno delle proprie istanze.

Sono quattro i punti centrali del Manifesto ufficiale del comitato No Enpaf, associazione di farmacisti riunitasi con l’obiettivo di dare voce e sostegno ad iniziative contro l’obbligo previdenziale dei farmacisti. Il primo punto riguarda «l’imposizione dell’obbligo Enpaf per i farmacisti dipendenti risale ad una legge del 1946, legge che risulta essere oggi assolutamente anacronistica e inadeguata all’attuale mercato del lavoro». Il secondo evidenzia che «solo nel 2018 si sono cancellati dagli ordini dei farmacisti italiani 2474 colleghi al di sotto dei 60 anni su un totale di circa 90.000 iscritti.  Sicuramente la norma “perdita bonus disoccupati” ha inciso in maniera determinate sui numeri. È evidente quindi che il regolamento enpaf diventa in molti casi una macchina per l’espulsione dalla categoria dei disoccupati e precari, con sottrazione loro di contributi silenti o contributi di solidarietà a fondo perduto».

Un terzo punto sostiene che «il sistema previdenziale Enpaf a quota fissa e doppia contribuzione, se costituisce “un onere costante” e gravoso per i farmacisti dipendenti con un contratto a tempo indeterminato o continuativo ( 720 € per iscritti prima del 2004 come quota al 15%, e 180€ come quota al 3% per gli iscritti dopo il 2004) penalizza con un “regolamento trappola” i giovani, i disoccupati e i precari che rischiano paradossalmente di pagare molto di più, in quanto spesso non riescono ad ottenere o mantenere la riduzione richiesta». Infine, un quarto ed ultimo punto, riguarda i «farmacisti dipendenti o disoccupati che pagano la quota al 15% o al 50% senza 30 anni di versamenti e 20 di esercizio, perderanno quanto versato ad Enpaf dal 2003 in poi, raggiunta l’età pensionabile».

Alla luce dei punti sopra evidenziati, il gruppo No Enpaf avanza nel manifesto diverse richieste. Tra queste, la «contribuzione Enpaf facoltativa per i farmacisti dipendenti che già possiedono altra previdenza obbligatoria e per i disoccupati iscritti all’albo», la «possibilità di restituzione dei contributi previdenziali Enpaf per quei farmacisti che avendo altra previdenza obbligatoria opteranno per la cancellazione da Enpaf, nonché di quelli silenti», ed infine «contribuzione Enpaf legata al reddito e non più a quota fissa per i farmacisti liberi professionisti che hanno questo ente come previdenza di primo pilastro, borsisti compresi».

Lo scorso aprile il gruppo di farmacisti No Enpaf lanciò una petizione sul noto portale “Change.org”, con la finalità di sensibilizzare un numero quanto più esiguo di professionisti ad unirsi per la lotta contro l’obbligo previdenziale. Iniziativa preceduta da una manifestazione, che vide diverse decine di farmacisti dipendenti e disoccupati scendere in piazza a sostegno delle proprie istanze.

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Farmacista cede la farmacia e diventa birraio: «È la mia passione»

Secondo quanto riportato dal quotidiano “Bergamo News”, un farmacista ha ceduto la propria attività per dedicarsi al birrificio a tempo pieno.

Abituati a sentire di farmacisti che cedono il passo perché esausti del proprio lavoro, sempre più spesso si assiste a veri e propri cambi di rotta. Chi verso le facoltà di medicina, chi verso altri mestieri. Tra questi, Giovanni Fumagalli, farmacista la cui storia è stata riportata sul quotidiano Bergamo News lo scorso gennaio, e passata quasi inosservata, che tuttavia ha incuriosito FarmacistialLavoro.it. Secondo quanto riporta il giornale, infatti, «dopo 24 anni, dei quali 17 anni da titolare di farmacia, Giovanni Fumagalli, farmacista di San Pellegrino, cede l’attività per dedicarsi a tempo pieno a quella di birraio, cominciata 8 anni fa con l’apertura del Birrificio Via Priula». A far saltare ogni equilibrio, secondo quanto afferma Fumagalli a Beramo News, sarebbero state le “lenzuolate di Bersani”.

«Non sono molto ottimista sul futuro della professione di titolare privato di farmacia – spiega Fumagalli a Bergamo News -. Ultimamente – si legge sul giornale -, con le cosiddette liberalizzazioni, il sistema è cambiato e la figura del titolare di farmacia viene sempre più delegittimata: veniamo additati come ‘casta privilegiata’, mettendo così in discussione un sistema territoriale capillare che ha sempre offerto buone prestazioni, soprattutto per le persone anziane che vivono lontano dai grandi centri abitati. In particolare, in questi anni abbiamo ampliato diversi servizi della nostra farmacia, tenendo anche aperto, dal 2012, con orario continuato ed anche i giorni festivi: evidentemente, questo tipo di sforzo non viene riconosciuto».

Il farmacista punta il dito contro i grandi players economici. «Le farmacie – spiega Bergamo News – oggi vengono indebolite (in particolare le piccole realtà che sopravvivono a stento nei centri più periferici) e questo giocherà a favore di grandi gruppi economici che sono pronti a diventare nel medio termine i proprietari stessi delle farmacie, costituendo catene a marchio. Quali sono i gruppi economici che hanno un forte interesse sulle farmacie? I distributori del farmaco, pochi colossi a livello europeo che potranno vendere al dettaglio i farmaci che distribuiscono, la Grande distribuzione organizzata (Gdo), che per rendere sempre più attrattiva l’offerta dei centri commerciali tenderà ad inglobare l’offerta per la salute e i fondi d’investimento, sempre alla ricerca di nuovi territori dove mettere a frutto le loro risorse».

È possibile leggere l’articolo e la storia integrale aprendo questo link (link esterno).

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«I farmacisti potrebbero ridurre drasticamente le visite al pronto soccorso»

Un recente studio canadese ha dimostrato come la presenza di farmacisti nei dipartimenti di emergenza ospedaliera potrebbero limitare l’affollamento di pazienti.

Il farmacista, figura professionale di eccellenza per expertise e conoscenza nel mondo del farmaco, nonché per la gestione delle problematiche ad esso correlato, potrebbe trovare ulteriori sbocchi professionali in ambito ospedaliero, oltre a quelli già presenti. Secondo un recente studio portato a termine dai ricercatori dell’Università di Waterloo, in Canada, pubblicato sulla rivista scientifica Research in Social and Administrative Pharmacy, l’incorporazione di farmacisti nella comunità o nei dipartimenti di emergenza ospedaliera potrebbe ridurre significativamente l’affollamento dei dipartimenti stessi. Nel dettaglio, gli studiosi hanno scoperto che quasi un terzo delle visite nei dipartimenti di emergenza non urgenti in Ontario, Canada, riguardavano condizioni che potevano essere gestite da farmacisti di comprovata esperienza.

Già da molti anni ai farmacisti canadesi – a differenza di altre parti del mondo, compresa l’Italia – sono stati riconosciuti diversi ruoli nella filiera, oltre alla classica dispensazione del farmaco. Ad Alberta, ad esempio, dal 2007 ai farmacisti è stata data la possibilità di prescrivere farmaci sia autonomamente che per disturbi minori, rinnovare le prescrizioni, amministrare iniezioni e altro ancora. L’Ontario ha consentito al farmacista l’erogazione di servizi aggiuntivi tra cui il rinnovo delle prescrizioni e la vaccinazione antinfluenzale nel 2012. Altri vaccini sono stati aggiunti più tardi nel 2016.

Nello studio in oggetto è emerso che poiché circa uno su cinque pazienti che cercano cure in emergenza hanno problemi di salute non urgenti, i ricercatori hanno stabilito quale percentuale di visite non urgenti o non necessarie potrebbe essere potenzialmente gestita da un farmacista. Gli studiosi hanno cos’ analizzato i dati dal 2010 al 2017, esaminando tutti i casi dei dipartimenti di emergenza negli ospedali dell’Ontario. Poi hanno diviso i casi basandosi su scale standard che misurano la gravità delle preoccupazioni dei pazienti ed infine hanno utilizzato statistiche per valutare quali potrebbero essere gestite dai farmacisti che lavorano con un ambito ampliato. Tra questi, i casi di disfunzione erettile, che potevano essere gestiti da un farmacista, ma anche condizioni legate alla pelle come dermatiti e altre patologie come tosse o infiammazione del condotto uditivo, passaggi nasali e gola.

«Il sovraffollamento nei dipartimenti di emergenza è una preoccupazione a cui la maggior parte dei canadesi può riferirsi, e sappiamo che può portare ad un aumento della mortalità e ad un più alto tasso di pazienti che escono senza ricevere cure». È quanto sostiene Wasem Alsabbagh, docente alla Waterloo School of Pharmacy. Secondo Alsabbagh, inoltre, «le nostre scoperte supportano la necessità di vedere un numero maggiore di farmacisti che lavorano con una portata estesa nella comunità o posizionati nei dipartimenti di emergenza. Ciò può ridurre l’affollamento, ma anche per liberare più risorse nei dipartimenti per prendersi cura di pazienti più acuti».

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Formazione farmacisti, dalla Fofi tre nuovi corsi Ecm

La Fofi ha reso disponibili tre corsi nuovi Ecm sulla piattaforma istituzionale fadfofi.com.

Sono tre i corsi in modalità di Formazione a distanza (Fad) resi disponibili dalla Federazione degli ordini dei farmacisti italiani, fruibili sulla piattaforma federale raggiungibile al link www.fadfofi.com. Come riportato da FarmacistialLavoro.it ai propri lettori, per favorire il conseguimento degli obblighi formativi ed il raggiungimento del numero di crediti necessari a portare a completamento il fabbisogno per il triennio 2017-2019, la Fofi aveva predisposto una serie di corsi attivi da fruire nel corso del 2019.

Parte di essi hanno visto il proprio termine al 29 luglio 2019. Altri, invece, mantengono la loro fruibilità fino a dicembre 2019. Tra questi, i corsi «Paziente e ‘cliente’: una corretta informazione per trasformare il cross selling in opportunità di salute», di 7 crediti, «Il paziente con disturbo depressivo maggiore e il farmacista», di 10 crediti, «Interazioni tra farmaci e gestione dell’innovazione in farmacia», di 5 crediti, ed infine «Il farmacista come counselor», di 5 crediti.

In aggiunta a questi, la Fofi ha fatto sapere che dal 7 agosto sono presenti online ulteriori tre corsi che i farmacisti possono fruire in modalità Fad. Nello specifico, «Le interazioni farmaco-cibo. Un rischio sottostimato», per 10,5 crediti, «Gestione nutraceutica del rischio cardio e cerebro-vascolare in farmacia: dalle dislipidemie ai sintomi del paziente affetto da scompenso cardiaco», per 4 crediti, ed infine «Farmacisti, vaccini e strategie vaccinali», per 10,5 crediti. In totale, i nuovi corsi attivati, con scadenza fissata al 31 dicembre 2019, consentono il conseguimento di un totale di 25 crediti Ecm.

I farmacisti interessati alla fruizione online che non dispongono di un account devono registrarsi all’indirizzo www.fadfofi.com. Aprire il link “Iscriviti” che consente l’accesso alla pagina «Registrazione nuovo utente». Dunque, proseguire nel processo di inserimento dei propri dati e di generazione delle credenziali di accesso. Una volta portata a termine l’operazione di registrazione è possibile accedere e seguire sin da subito i contenuti formativi, aprendo le relative intestazioni sugli sliders presenti in home page.

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Tecnologie e farmacisti: un approccio vincente per la gestione dell’ipertensione

Uno studio canadese spiega in che modo il tele-monitoraggio, assieme alla supervisione dei farmacisti, possa garantire cure migliori e costi ridotti.

Nei pazienti ad alto rischio, la gestione dell’ipertensione effettuata da farmacisti e abbinata al tele-monitoraggio della pressione arteriosa può risultare utile sia dal punto di vista clinico che da quello dei costi. A spiegarlo è un commento pubblicato dal Journal of Clinical Hypertension, e firmato da Stefano Omboni, presidente e direttore scientifico dell’Istituto italiano di Telemedicina di Solbiate Arno, in provincia di Varese.

Il dirigente cita in particolare un lavoro nel quale sono stati valutati i risultati ottenuti, su un periodo di 20 anni, grazie al tele-monitoraggio della pressione arteriosa su un vasto numero di pazienti canadesi considerati ad alto rischio, ovvero reduci da un evento cerebro-vascolare non invalidante. Si tratta dello studio intitolato “Cost‐effectiveness of home blood pressure telemonitoring and case management in the secondary prevention of cerebrovascular disease in Canada”, pubblicato nel 2018 dalla stessa rivista scientifica. «Abbiamo esaminato – hanno spiegato gli autori – l’incremento dell’efficienza finanziaria di tale intervento rispetto ai metodi di cura tradizionali che vengono utilizzati in Canada».

Il tele-monitoraggio della pressione arteriosa e la supervisione da parte dei farmacisti, dunque, consentono di migliorare lo stato di salute dei pazienti e al contempo di abbassare i costi delle cure: «I risultati – hanno aggiunto i ricercatori – indicano che il tele-monitoraggio ha consentito di portare ad un risparmio, nel corso della durata in vita del paziente».

Omboni cita quindi altri studi, che risalgono a pochi anni fa, che confermano l’utilità dell’approccio tecnologico. Ma sono poche le analisi che hanno tenuto conto di tali strumenti e, allo stesso tempo, anche dell’apporto garantito dai farmacisti. La conclusione alla quale è aggiunto il dirigente è che «sebbene l’uso di programmi di tele-monitoraggio richieda investimenti specifici e imponga anche maggiori contatti con i pazienti rispetto alle cure tradizionali, esso garantisce un significativo miglioramento del controllo della pressione.

Il tutto a costi relativamente bassi e soltanto di poco più alti di quelli legati ai metodi classici». Costi che, tra l’altro, «sarebbero molto probabilmente compensati da una riduzione delle spese relative ad ulteriori eventi cardiovascolari».

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Il ruolo del farmacista nella gestione delle malattie a lungo termine

L’aderenza terapeutica e la prevenzione dello sviluppo di patologie future cresce grazie alla figura del farmacista.

Secondo alcuni studi il farmacista può assumere un ruolo cruciale nel migliorare l’efficacia dei trattamenti di cura e nel prevenire lo sviluppo di patologie future nel paziente. In particolare, è stata recentemente riconosciuta l’importanza di questa figura professionale come supporto ai casi di pazienti sopravvissuti ad infarto del miocardio e di quelli con una storia di cancro in età pediatrica.

Una ricerca a cura dell’American College of Cardiology, volta a capire le cause dell’alto tasso di riospedalizzazione di pazienti post-infarto, ha rivelato che il farmacista può giocare un ruolo importante nel prevenire nuovi ricoveri, poiché in grado di colmare eventuali lacune informative del sistema ospedaliero. Succede, infatti, che le informazioni fornite al paziente siano carenti soprattutto per quanto riguarda le modalità di assunzione dei farmaci, la gestione di eventuali effetti collaterali, la comprensione delle interazioni farmacologiche o l’adozione di eventuali strategie per la gestione delle dosi mancate. Ed è proprio per far fronte a tali lacune che l’American College of Cardiology ha dato vita al «Patient Navigator», un programma con l’obiettivo di formare medici, infermieri e farmacisti sulle principali barriere informative esistenti, in modo da rendere più consapevoli tutti gli attori che supportano il paziente e monitorano l’aderenza terapeutica.

La cardiologia non è l’unico campo in cui le competenze dei farmacisti si stanno rivelando preziose. Durante la conferenza annuale dell’Associazione di ematologia e oncologia farmaceutica a Fort Worth, USA, Joseph Sciasci e Mary Mably hanno presentato una ricerca che evidenzia il ruolo dei farmacisti nel guidare pazienti oncologici pediatrici attraverso trattamenti di lungo termine.

I ricercatori hanno scoperto che statisticamente il 23% dei giovani sopravvissuti al cancro sperimentano almeno due tossicità significative prima di raggiungere i 35 anni. Tali soggetti, oltre ad essere predisposti a patologie legate agli apparati endocrino, riproduttivo, ortopedico e cardiovascolare, sono potenzialmente a rischio di problemi di carattere psicosociale, come ansia e depressione. Il farmacista che abbia la consapevolezza di ciò, ha la possibilità di intervenire durante e dopo il trattamento per mitigare tali patologie consigliando l’utilizzo di farmaci adeguati o suggerendo l’integrazione nella terapia di altri medicinali.

Nei pazienti che hanno superato un cancro in età pediatrica, la figura del farmacista può risultare fondamentale tanto nel garantire l’aderenza terapeutica quanto nell’assicurare un’esaustiva trasmissione di conoscenze nel passaggio dalla supervisione da pediatra a medico generico. L’avere un esauriente quadro clinico, soprattutto dei trattamenti antitumorali a cui il paziente è stato sottoposto in precedenza, aiuterà il nuovo medico ad essere maggiormente consapevole possibili legami latenti tra nuovi sintomi e trascorse patologie.

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Farmacisti italiani in Canton Ticino, in calo il numero di iscritti all’Ordine

A causa della nuova normativa sulle professioni mediche, cala il numero di farmacisti italiani iscritti all’Ordine che possono operare in Canton Ticino.

L’ordine dei farmacisti del Canton Ticino al 30 aprile 2019 ha visto i suoi iscritti ridursi del 10% rispetto all’anno precedente. Le cause di tale diminuzione possono essere attribuite a due recenti novità che hanno cambiato le carte in tavola. A darne notizia è il giornale locale Ticino Online 20 minuti. Secondo quanto riferito, infatti, un aggiornamento della banca dati dell’Ordine, ha ridotto di 51 unità il numero dei farmacisti presenti sul territorio. Non si tratta però, come si potrebbe pensare di primo acchito, di una massiccia radiazione dall’albo, bensì di una necessaria riorganizzazione tecnica. A fornire dettagli sull’operazione è Federico Tamò, portavoce dell’Ordine dei farmacisti del Cantone Ticino (Ofct), il quale evidenzia che «c’erano nomi non più attuali che sono stati tolti».

In aggiunta a ciò, l’ulteriore novità che ha determinato maggiore impatto sulla flessione del numero di iscritti è la nuova legge in materia di professioni mediche, la quale ha interrotto l’annuale afflusso di una trentina di farmacisti italiani. Questi ultimi infatti, una volta ammessi al libero esercizio, erano abilitati ad effettuare sostituzioni oltre frontiera. «A partire dal 2014 – evidenzia a Ticino Online il farmacista cantonale Giovan Maria Zanini – questo fenomeno si era intensificato, creando anche qualche preoccupazione nel settore e un rischio di dumping salariale». Le conseguenze della nuova legislazione sul settore sono state notevoli. L’entrata in vigore della nuova legge e il relativo obbligo di perfezionamento professionale hanno dunque limitato l’arrivo in Ticino di farmacisti provenienti dall’Italia.

A fronte della suddetta riorganizzazione oggi il Ticino conta 568 farmacisti in libero servizio e 200 farmacie. Secondo il farmacista cantonale questi numeri risultano essere in linea con le esigenze del territorio e rispondono al bisogno di «garantire ai neolaureati locali l’accesso ai posti di perfezionamento». Nessun cambiamento invece per la categoria degli assistenti di farmacia, che rimane stabile su una media di 35 operatori l’anno. Sebbene il numero dei diplomati del 2018 sia più del doppio rispetto all’anno precedente, questo incremento non è da attribuirsi ad una crescita della domanda, ma al fatto che il 2017 ha visto un consistente numero di candidati bocciati, trovatisi costretti a ripetere l’esame l’anno successivo. Si conferma così la necessità della presenza di ambedue le figure professionali, farmacista e assistente, due ruoli distinti e complementari che insieme assicurano il corretto svolgimento della funzione della farmacia nella società.

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I professionisti della salute considerano buone le loro capacità comunicative

Uno studio spagnolo ha indagato la percezione che i professionisti della salute hanno rispetto alle loro capacità di comunicazione con i pazienti.

Qual è l’opinione dei professionisti della salute in merito alle loro capacità di stabilire una buona comunicazione con i pazienti, al fine di assumere decisioni inerenti le cure mediche? E qual’è l’impatto che tali relazioni hanno sugli esiti dei trattamenti somministrati?

A rispondere alla domanda è uno studio dell’ospedale universitario Reina Sofia e del dipartimento di Medicina forense dell’università di Murcia, in Spagna.

«Il processo di informazione al paziente – spiegano gli autori dell’analisi, intitolata “Perceptions of health professionals about the quality of communication and deliberation with the patient and its impact on the health decision making process” – è considerato un elemento centrale nell’ambito delle decisioni di carattere medico che devono assumere i professionisti della salute». Ma al di là delle mere informazioni fornite in modo obbligatorio a chi deve subire una cura, ciò che si sottolinea nel testo è la necessità stabilire una vera comunicazione con il paziente, «che deve essere appropriata rispetto ad ogni caso specifico e ad ogni situazione».

Il paper ha quindi studiato un campione di 2.186 professionisti (1.578 infermieri, 586 medici e 22 farmacisti). A loro è stato somministrato un questionario sul tema: le risposte ottenute indicano che la stragrande maggioranza dei partecipanti considera sufficienti le proprie capacità di comunicare con i pazienti. Si tratta di una quota pari a ben l’80% di coloro che hanno risposto alle domande. Lo studio ha inoltre sottolineato il fatto che i professionisti notano come le persone sottoposte a dei trattamenti siano molto contente di sentirsi ascoltate.

osì come di avere l’impressione di co-partecipare alle scelte relative al processo di cura. In termini percentuali, anche la maggior parte dei farmacisti ha risposto di considerare sufficienti le proprie capacità comunicative nei confronti dei pazienti, ma va detto che essendo la quota di farmacisti – rispetto al totale del campione – decisamente minoritaria, è più difficile trarre delle conclusioni certe per la categoria.

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