Titolari di farmacia, di parafarmacia e dipendenti: a chi pesa di più l’ENPAF?

In questo approfondimento Farmacisti Al Lavoro studia le regole del nostro ente pensionistico, facendo un confronto con la cassa dei medici. Inoltre si chiede che cosa possano fare i farmacisti dipendenti per ridurre il peso dell’ENPAF nei loro confronti.

Quando Farmacisti Al Lavoro si è occupato della rappresentanza dei farmacisti dipendenti all’interno del nostro ente pensionistico, era partito dal seguente presupposto: non è possibile abolire l’ENPAF, come molti farmacisti vorrebbero, perché tutte le professioni ordinistiche devono per legge dotarsi di una cassa professionisti. Quello che cambia, da una cassa all’altra, sono le regole per il calcolo dei contributi, che possono generare grosse disparità all’interno di una categoria. Per farvi capire ciò che intendo dire, in questo articolo vi porterò l’esempio di un’altra cassa professionisti, l’ENPAM, che applica un diverso regolamento contributivo. Vedremo che cosa cambierebbe se i farmacisti, titolari e dipendenti, fossero iscritti alla cassa dei medici.

Questo esempio è utile perché, come tra i farmacisti, anche tra i medici vi è una ripartizione tra dipendenti e non dipendenti, con un rapporto simile tra le due categorie in termini numerici. Quanto paga di contributi un iscritto ENPAM? Mentre per noi esistono una quota intera e una quota ridotta, nella cassa dei medici esistono una cosiddetta quota A, dovuta da tutti gli iscritti e proporzionale all’età anagrafica, e una quota B, che devono pagare solo i medici con partita IVA relativamente ai redditi da libera professione. Per dare dei numeri, un medico di 50 anni paga una quota A di 1440 euro l’anno, mentre la quota B è pari al 14.5% del reddito. Un medico dipendente ospedaliero ha uno stipendio di circa 60.000 euro lordi l’anno, mentre possiamo stimare per un medico di medicina generale un reddito di circa 80.000 euro l’anno. Ricordo che un dipendente full-time di farmacia privata ha una retribuzione di 27.000 euro l’anno, mentre un farmacista titolare dichiara, in media, 97.000 euro l’anno. Quanto pesano, in proporzione, gli obblighi contributivi? Lo vediamo nella seguente tabella.

Medici e farmacisti dipendenti versano proporzionalmente la stessa quota contributiva, pure se con redditi diversi. I farmacisti titolari versano invece circa un terzo rispetto ai medici liberi professionisti.

Se sommiamo i contributi versati dai dipendenti all’INPS e alla cassa di categoria, vediamo che i farmacisti dipendenti versano in contributi il 12% del loro reddito, contro l’11.8% dei medici dipendenti. Comprendiamo come dal punto di vista dei dipendenti non vi sia una sostanziale disparità tra medici e farmacisti: quello che cambia sono però i valori assoluti perché, ammettiamolo, quando si guadagnano 2300-2500 € al mese potrà anche dare fastidio pagare 1440 € l’anno di contributi, ma pesano di più 700 € a chi ne guadagna solamente 1300-1400. I medici professionisti versano invece circa il triplo di contributi rispetto ai farmacisti titolari, 15.5% contro 4.6%. E infine, in termini assoluti, un farmacista dipendente versa in contributi circa 3200 € l’anno di tasca propria, contro i 4500 di un titolare. A seguito della prima stesura di questo articolo, alcuni titolari mi hanno correttamente fatto notare che a tale cifra andrebbe aggiunta la quota dello 0.9% trattenuta in distinta contabile, con un peso variabile tra 2600 € (farmacia rurale, 500.000 € fatturato, 60% SSN) e 13500 € annui (grossa farmacia urbana, 3.000.000 € fatturato, 50 % SSN), e che porterebbe la percentuale contributiva sul reddito a circa il 9%.

I farmacisti titolari hanno un bassissimo peso contributivo. Per contro, si troveranno praticamente senza pensione.

Che cosa ci dicono questi numeri? Ci dicono che, per quanto antipatico sia pagare i contributi all’ENPAF per un farmacista dipendente, questo è tutto sommato inevitabile, e ci sono altre categorie mal pagate, come gli avvocati e i biologi, che sono ancora più tartassati dal loro ente pensionistico. I veri vincitori di questo gioco sono i titolari di farmacia, che in contributi versano una miseria rispetto al loro reddito. Se non esistesse l’ENPAF, i titolari di farmacia dovrebbero versare i contributi alla gestione separata INPS, che attualmente chiede il 27% del reddito lordo. Questo significherebbe, per il titolare di una farmacia media, passare da 4500 € (9000 € se consideriamo la trattenuta in distinta contabile) a 26200 € l’anno di contributi. Un po’ meglio gli andrebbe se il calcolo contributivo venisse fatto con le regole della cassa dei medici: in questo caso i contributi dovuti ammonterebbero a 16500 € l’anno tra quota A e quota B. Naturalmente per i farmacisti titolari c’è un rovescio della medaglia: la loro pensione sarà infatti molto più bassa anche in termini assoluti rispetto a un dipendente. Fino ad oggi questo non ha rappresentato un problema per i titolari di farmacia in quanto la loro buonuscita consisteva nella vendita della farmacia al momento del pensionamento oppure nella cessione ai figli. Rappresenterà probabilmente un problema tra una trentina d’anni quando con le inevitabili liberalizzazioni del mercato il valore delle sole licenze sarà pressoché nullo.

Spesso i titolari di parafarmacia si lamentano dell’ENPAF, ma la nostra cassa per loro è più generosa rispetto alla gestione separata INPS.

Che cosa dire invece dei titolari di parafarmacia e dei farmacisti liberi professionisti? Non esistono delle tabelle che mostrino il reddito medio di queste figure professionali. Vi porterò perciò l’unico esempio che ho a disposizione, ovvero il mio. Nell’anno 2015 ho dichiarato circa 23000 €, e ho pagato in contributi 4500 €, pari al 19.5% del mio reddito. Se il calcolo fosse stato fatto con le regole della cassa dei medici avrei risparmiato solamente 100 €, mentre se avessi dovuto versare alla gestione separata avrei speso circa 2000 € in più. Posso di consequenza dirmi soddisfatto, anche se non entusiasta, della mia posizione. Ho letto spesso sui social commenti recriminatori da parte dei titolari di parafarmacia riguardo alle richieste dell’ENPAF. Queste recriminazioni sono pienamente giustificabili fintanto che la loro attività è in perdita oppure produce un reddito inferiore a 15000 € l’anno, ma se il reddito prodotto è superiore a questa cifra allora l’ENPAF è più conveniente rispetto all’alternativa ovvero la gestione separata. Inoltre è importante ricordare che qualora l’attività sia in perdita o il reddito sia particolarmente basso l’ente pensionistico eroga un contributo annuale a titolo di rimborso.

I farmacisti dipendenti hanno due strategie per ridurre il peso dell’ENPAF: passare al contratto sanitario, oppure entrare nella gestione dell’ente.

Concludiamo questo articolo con la seguente domanda: quali sono le opzioni a disposizione dei farmacisti dipendenti per ridurre il peso delle richieste del nostro ente pensionistico nei loro confronti? La strategia più breve è quella di guadagnare di più. In questo senso una possibilità potrebbe essere quella del passaggio dal contratto del commercio al contratto del comparto sanità, che potrebbe essere conveniente anche per i farmacisti titolari. La strategia più lunga e forse anche più ardua sarebbe quella di cambiare le regole dell’ente pensionistico. L’unico modo in cui questo è possibile sarebbe quello di avere una maggiore rappresentazione all’interno degli ordini professionali. Come ho già detto, personalmente non ho di che lamentarmi, ma forse i farmacisti che si lamentano dell’ENPAF dovrebbero ricordarsene anche nel 2018, quando ci saranno i rinnovi dei consigli degli ordini provinciali.

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Autore: Farmacisti al Lavoro

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6 pensieri riguardo “Titolari di farmacia, di parafarmacia e dipendenti: a chi pesa di più l’ENPAF?”

    1. Nell’aggiornamento dell’articolo abbiamo tenuto conto anche dello 0.9% in distinta contabile. L’ENPAF rimane decisamente conveniente anche dopo questo calcolo.

  1. Una curiosita’, perche’ lo 0,90 che viene sottratto automaticamente dall’ Enpaf ai titolari di Farmacia, che quindi versano una somma cospicua all’ ente, non viene preso in considerazione nell’ articolo.
    Sarebbe giusto tenerne conto di queste ingenti somme, anche nel calcolare le pensioni dei titolari di Farmacia.

    1. Ciao Francesco, nell’aggiornamento dell’articolo abbiamo inserito nel calcolo anche lo 0.9% in distinta contabile. Sono d’accordo con te sul fatto che sarebbe giusto tenerne conto nel calcolo della pensione del titolare di farmacia, in funzione della struttura societaria della farmacia stessa (ad esempio, se la farmacia è di proprietà di un singolo titolare o di una società di farmacisti).

  2. UN FARMACISTA ,DIPENDENTE, DI FARMACIA,, DI UN CENTRO ABITTATO, OLTRE 25000 ABITANTI,,
    DOPO TRENTA ANNI DI LAVORO DEVE ANDARE IN PENSIONE ,NON ESSENDO PARAGONABILE
    AL POCO LAVORO DI UN FARMACISTA DI UN PAESINO DI 700 ABITANTI CHE SI GRATTA ICOGLIONI DALLA MATTINA ALLA SERA GUARDANDO SOLO LE CHIAPPE DELLE SUE CLIENTI. IO HO 61 ANNI , SONO STATO DIRETTORE DI FARMACIA URBANA X 25 ANNI, 8 TITOLARE DI PARAFARMACIA, MI SONO BECCATO UNA TROMBOSI VENOSA PROFONDA ED ADESSO SONO DISOCCUPATO, SECONDO LE NORMATIVE ENPAF ,REDATTE DA EMERITE TESTE DI CAZZO, DEVO ATTENDERE A 68 ANNI PER ANDARE IN PENSIONE . CHE SCHIFO

    1. IO HO 63 ANNI DOPO 30 DI LAVORO COME COLLABORATORE IN FARMACIA URBANA SONO STATA LICENZIATA PER RIDUZIONE PERSONALE (COSI’ DICE! ANCHE SE AL MIO POSTO SI ALTERNANO ASSUNZIONI DI NEO LAUREATI , SE PER LEGGE NON CONTA NIENTE ESSERE LA DIPENDENTE CON MAGGIORE ANNI DI SERVIZIO NELLA FARMACIA.) DOPO QUESTA BATOSTA HO DOVUTO RISCHIARE TUTTO QUELLO CHE AVEVO IN UNA PARAFARMACIA DI CUI SONO TITOLARE E SENZA DIPENDENTI (CHE NON POSSO PERMETTERMI) PER CUI DA TRE ANNI GESTISCO OGNI COSA .TUTTO QUESTO SAREI ANCHE DISPOSTA AD ACCETTARLO SE COME “PICCOLO” PROBLEMA NON CI FOSSE IL FATTO CHE NON SOLO HO REDDITO ZERO, MA QUEST’ANNO NON ARRIVO A COPRIRE LE SPESE.COSA FARE? VENDERE ,MA CERTAMENTE CON IL RICAVATO NON RIUSCIREI A SOPRAVVIVERE SINO A 68 ANNI PER ANDARE IN PENSIONE. NONOSTANTE TUTTO QUESTO IO SONO TITOLARE E COME TALE ANCHE QUEST’ANNO I MIEI CONTRIBUTI ENPAF SONO IDENTICI A CHI NON SOLO HA UNA FARMACIA MA ANCHE PARAFARMACIA O CATENE DI PARAFARMACIE! TUTTO QUESTO SEPPURE RISULTA ASSURDO NON VIENE CONSIDERATO DALL’ENPAF . PER TUTTO QUESTO RINGRAZIO SIA LA LEGGE BERSANI ,CHE ANDREBBE A DIR POCO RIVISTA, MA ANCHE L’ENPAF CHE CERTAMENTE FA LA SUA PARTE.

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