Il punto sul farmacista di reparto.

Se ne parla da anni, ma che fine ha fatto il farmacista di reparto? Farmacisti Al Lavoro vi racconta a che punto siamo, dando anche qualche consiglio pratico ai colleghi che vorrebbero intraprendere questo percorso.

A distanza di sei anni dalla sperimentazione, nessun posto di lavoro è ancora stato messo a concorso.

<Il farmacista di reparto affiancherà il medico> recita il titolo di un articolo del 2011 che periodicamente viene riproposto sui social network, suscitando l’entusiasmo di quei colleghi che vorrebbero poter intraprendere un percorso diverso da quello della farmacia territoriale. Tuttavia è troppo presto per esultare, perché a distanza di sei anni nessun posto di lavoro è stato ancora messo a concorso per questo ruolo e sorge spontanea la domanda: che fine ha fatto il farmacista di reparto? In questo approfondimento Farmacisti Al Lavoro cercherà di capire a che punto siamo, dando anche qualche consiglio pratico ai colleghi insoddisfatti del proprio lavoro in farmacia e che ambiscono a questo tipo di carriera, magari dopo aver letto il nostro approfondimento sullo stipendio del farmacista ospedaliero.

La sperimentazione si conclude nel 2011, con il plauso della SIFO e degli oncologi medici.

Partiamo dalla storia: nel 2010, per un’iniziativa del Ministero della Salute volta a individuare possibili strategie per migliorare la qualità dei servizi sanitari, viene condotta nei dipartimenti di oncologia di cinque ospedali italiani una sperimentazione sul farmacista di reparto. L’obiettivo è quello di individuare un modello di riferimento per l’introduzione di questa figura negli istituti sanitari pubblici, al fine di ottimizzare le terapie e migliorare l’utilizzo delle risorse disponibili. La sperimentazione si conclude nel 2011, raccogliendo il favore delle strutture e del personale medico e infermieristico coinvolto, nonchè della presidente della SIFO dottoressa Laura Fabrizi e del presidente dell’AIOM, l’associazione italiana degli oncologi medici, dottor Marco Venturini. L’esperienza porta anche alla produzione di un manuale dal titolo “Il farmacista di dipartimento quale strumento per la prevenzione degli errori in terapia e l’implementazione delle politiche di governance in ambito oncologico“, del quale consigliamo la lettura.

Il farmacista, in reparto, si dovrebbe occupare in particolare di due aspetti: la logistica e l’appropriatezza prescrittiva.

Ma di che cosa si occupa il farmacista di reparto? Lo racconta in un interessante documento la dottoressa Emanuela Peluso, una collega specializzata in farmacia ospedaliera che nel 2010 ha seguito un’analoga sperimentazione della durata di sei mesi, avviata in maniera indipendente dalla SOD di Farmacia dell’ospedale Careggi di Firenze. <Per il primo mese di permanenza in reparto ho iniziato la mia attività in qualità di “uditore”, partecipando al giro visite mattutine assieme ai medici. Questa prima fase è stata fondamentale da un lato per potermi rendere conto di come si articolano le attività di un reparto e dall’altro per riuscire a rilevare i punti di forza e di debolezza della prestazione farmaceutica erogata dal reparto. Quindi la seconda parte del tempo dedicato a tale progetto è stata indirizzata ad ottimizzare la mia presenza, finalizzata a migliorare alcune procedure organizzative, sia mediche che infermieristiche, in accordo con le necessità che via via venivano da me evidenziate o a me proposte dagli altri operatori sanitari. Il bisogno di soddisfare le richieste e le esigenze che si sono venute a definire durante la mia esperienza e la volontà del raggiungimento degli obiettivi prefissati, hanno consentito di mettere a punto una metodologia di approccio multidisciplinare al farmaco, intervenendo su due aspetti fondamentali della governance di questo: la logistica, intesa come l’insieme dei processi che rendono il percorso del farmaco razionale ed efficiente, nonchè sicuro in un’ottica di risk management; e l’appropriatezza prescrittiva, definita come misura dell’adeguatezza delle terapie farmacologiche adottate per trattare uno specifico stato patologico, in base a criteri di tipo clinico ed economico>. Nel resto del documento- che potete consultare a questo link– racconta nella pratica in quale modo il farmacista di reparto puo’ intervenire efficacemente sulla logistica e sull’appropriatezza prescrittiva, per ottimizzare le risorse e ridurre il rischio clinico.

Nel 2013 vengono avviati i primi corsi di perfezionamento, abbandonati però nel 2016.

Al congresso annuale della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera del 2012, sulla scia degli ottimi risultati ottenuti, la dottoressa Laura Fabrizi propone di introdurre il farmacista di reparto in tutti i dipartimenti di oncologia italiani. Naturalmente è necessario formare i professionisti che andranno a ricoprire questo ruolo, pertanto nel 2013 l’Università di Bari e nel 2014 l’Università di Torino avviano un corso di perfezionamento annuale in “Farmacista Ospedaliero di Reparto”, riservato ai farmacisti ospedalieri. Il problema è che, nonostante gli ottimi risultati ottenuti e i nuovi professionisti formati, la figura del farmacista di dipartimento non viene istituzionalizzata a livello legislativo e progressivamente gli atenei abbandonano il corso di perfezionamento.

Finalmente, il Ddl Mandelli-Lettieri riporta l’attenzione sul farmacista di reparto, che però deve essere un farmacista ospedaliero.

Nel 2015 la dottoressa Fabrizi torna alla carica: bisogna “istituzionalizzare” il farmacista di reparto. La sua affermazione rimane però lettera morta, almeno fino a poco tempo fa quando Andrea Mandelli e Luigi D’Ambrosio Lettieri, senatori e rispettivamente presidente e vicepresidente della FOFI, presentano il Ddl 2717 in materia di ampliamento delle competenze del farmacista. Il disegno di legge non fa riferimento in maniera specifica al farmacista di dipartimento, ma introduce l’obbligo per tutte le strutture sanitarie di istituire l’Unità Operativa di Farmacia in ogni reparto. E, se la legge passasse così com’è, ecco che finalmente questa figura professionale otterrebbe il suo agognato riconoscimento. Purtroppo, anche in questo caso è necessario frenare l’entusiasmo dei colleghi che operano sul territorio: questo ruolo sarebbe riservato ai farmacisti in possesso del diploma in Farmacia Ospedaliera.

Niente paura: ci potrebbe essere una borsa di studio per gli specializzandi. E se non ci sarà, ecco alcuni suggerimenti.

Che consigli diamo allora ai farmacisti collaboratori che non amano il proprio lavoro in farmacia e vorrebbero intraprendere una carriera come farmacisti di reparto? Purtroppo non ci sono scorciatoie: è necessario specializzarsi in Farmacia Ospedaliera. La speranza è che il Ddl 2717, che introduce delle borse di studio per gli specializzandi in Farmacia Ospedaliera, venga approvato al più presto. Se però non venisse approvato, preparatevi a dover fare qualche sacrificio per mantenervi gli studi per quattro anni, continuando a lavorare in farmacia nel tempo che vi rimane a disposizione. Una soluzione che abbiamo proposto su questo blog è quella di aprire la partita IVA: vi abbiamo spiegato come iniziare e vi abbiamo detto quali siano le prospettive di reddito per un libero professionista. Naturalmente non è tutto rosa e fiori: probabilmente vi capiterà di dover stringere la cinghia. Ma se cambiare strada fosse facile lo potrebbero fare tutti, e quattro anni difficili sono comunque molto meglio di quarant’anni di insoddisfazione.

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Autore: Farmacisti al Lavoro

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3 pensieri riguardo “Il punto sul farmacista di reparto.”

  1. Il problema non è fare sacrifici perché tanta gente ha conseguito la specializzazione lavorando e come giustamente consiglia Paolo ci sono diverse modalità per lavorare e studiare contemporaneamente. Il problema è che per i benefici di pochi oggi si tende a voler ridurre sempre più i posti. Ci sono scuole di specializzazione che hanno anche un solo studente per anno di corso! Io ho provato per due anni i concorsi e non ho avuto che ci fosse trasparenza ma preferisco non dilungarmi perché sarebbe troppo lunga da raccontare. Uno studente di medicina che accede al test di specializzazione non ha assolutamente tutti questi vincoli che abbiano noi farmacisti quando proviamo questi test di accesso e guarda caso spesso sono vinti da ricercatori precari. Non sarebbe meglio scrivere sul bando ai vietato ai “semplici ” farmacisti l’accesso perché tanto con queste modalità di ammissione non vinceranno mai! Non è ammissibile che chi fa uno scritto migliore di un altro sia poi superato in graduatoria solo per una tesi fatta ai tempi dell-università. Io ho girato l-Italia e come me molti farmacisti che ad oggi sono profondamente amareggiati. Chiediamo concorso nazionale a quiz e punti curricolari( tesi ed esami) da rivedere perché ad oggi le modalità sono davvero inammissibili. Quese modalità di ingresso così serate ci impediscono di progredire professionalmente (ricordando che all’estero la scuola neanche esiste ma un farmacista potrebbe accedere direttamente alle strutture pubbliche). Questa chiusura porterà negli anni a riconoscere sempre meno il ruolo del farmacista in strutture pubbliche per le quali ad aggi è vincolante questa scuola.

    1. Nell’ottica dell’equiparazione tra la laurea in medicina e quella in farmacia, sarebbe anche auspicabile un concorso unico nazionale.

  2. Anche con la specializzazione in Farmacologia e Tossicologia Clinica in un prossimo futuro si potrebbe pensare di poter entrare in ambiente ospedaliero come “farmacista di reparto”?
    So che adesso è considerata equipollente con farmacia ospedaliera ma, secondo voi, ci sono possibilità che il vento possa cambiare a sfavore e che diventi una specializzazione “inutile” per lavorare in ospedale?

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