La lezione dei farmacisti inglesi.

L’intervista a Michele, farmacista italiano in Inghilterra, ci ha mostrato un sistema dove il farmacista è una figura centrale nel servizio sanitario, rendendoci più consapevoli del nostro isolamento dagli altri professionisti sanitari e del progressivo allontanamento dal nostro ruolo originario. Cause ma soprattutto possibili soluzioni in questo editoriale di Farmacisti Al Lavoro.

Il farmacista inglese è centrale nell’NHS, mentre il farmacista italiano è isolato dal SSN.

L’intervista recentemente realizzata da Farmacisti Al Lavoro a Michele, farmacista italiano che si è trasferito in Inghilterra, ha riscosso molto interesse nella categoria, tanto da essere letto da oltre settemila farmacisti nei primi due giorni. Del suo racconto ci ha colpito soprattutto la centralità del farmacista nell’NHS, il servizio sanitario inglese. In questo editoriale analizzeremo le principali differenze tra i due modelli- quello italiano e quello inglese- per cercare di capire che cosa, come farmacisti italiani, possiamo imparare dai nostri colleghi d’oltremanica, con l’obiettivo ambizioso di riguadagnare la posizione che ci spetta, nella società e nel SSN.

L’NHS ha molti soldi da spendere, e le farmacie inglesi mantengono una distinzione tra la parte commerciale e la parte sanitaria.

Partiamo da un elemento che, tra quelli forniti da Michele, appare sicuramente il più determinante per ogni successiva considerazione: l’NHS, il servizio sanitario inglese, ha molti più soldi da spendere rispetto al SSN. Sappiamo che in Italia una farmacia deve almeno il 40% del suo fatturato, ma in alcune realtà anche il 65%, alla vendita libera. La quota di mercato dovuta alla vendita libera è in progressivo aumento non solo per una diminuzione relativa dei rimborsi per i farmaci di fascia A, ma anche per il progressivo sviluppo della parte commerciale che, con più o meno efficacia, coinvolge ormai virtualmente ogni farmacia. Nelle farmacie inglesi, dove con la prescrizione NHS viene rimborsato qualunque farmaco etico, viene mantenuta una netta distinzione tra la parte commerciale della farmacia, che riguarda l’integratore e l’OTC, e la parte sanitaria, relativa al farmaco etico e ai servizi, posta sotto la supervisione di un farmacista. Il farmacista deve essere presente per rispondere alle eventuali domande dei clienti, ma potenzialmente il cittadino inglese può prendere una scatola di paracetamolo o di vitamina C direttamente dallo scaffale, pagarla alla cassa automatica e uscire senza aver rivolto una sola parola al farmacista. Quanto all’esposizione a scaffale, questa viene curata dalla direzione commerciale della farmacia, posta sotto la supervisione dello store manager. Spesso al farmacista non viene nemmeno chiesto di maneggiare il denaro: il suo compito è controllare le prescrizioni, non gestire la cassa.

Il modello di farmacia italiana si è adattato al calo della spesa farmaceutica. Doveva farlo, se voleva sopravvivere.

All’opposto, in Italia non vi è una separazione tra la parte sanitaria e la parte commerciale, entrambe incarnate nella figura del farmacista. Non esistono i dispenser perché la legge impone che qualunque farmaco venga gestito da un farmacista abilitato, e questo da un certo punto di vista è un vantaggio in quanto consente, a sostanziale parità di numero di farmacie, un numero di farmacisti più alto. Il rovescio della medaglia è che, essendo chiamato a un compito più esecutivo che dirigenziale, il farmacista italiano viene retribuito meno del farmacista inglese (ma a questo si associano altri fattori che abbiamo dibattuto in un precedente approfondimento). Ora, il modello dell’attuale farmacia italiana si è plasmato per sopravvivere nell’attuale panorama sanitario: una farmacia dove il consiglio e la vendita di prodotti complementari non siano sufficientemente sviluppati difficilmente riesce a pagare gli stipendi a fine mese. E anche io, come libero professionista, baso la mia reputazione e misuro la soddisfazione dei miei committenti e le mie performance soprattutto sulla base dei risultati commerciali. Sia chiaro che in questo non c’è nulla di necessariamente sbagliato: anzi, dopo l’intervista Michele mi sono domandato se da un punto di vista etico sia più lodevole il farmacista italiano che raccomanda l’utilizzo dei fermenti lattici in corso di terapia antibiotica o il farmacista inglese che non lo fa perché non ne ha bisogno.

Purtroppo, diventare bravi venditori ci ha isolato dagli altri professionisti sanitari, e ci ha fatto perdere selettivamente alcune competenze.

Spero di avervi comunque convinto che, piaccia o non piaccia, l’attuale modello di farmacia italiana si è evoluto in questo modo per la necessità di sopravvivere. Applicare il modello inglese tout court comporterebbe due immediate conseguenze: il fallimento di almeno 5000 farmacie e la perdita di almeno 15.000 posti di lavoro per farmacisti. Questo adattamento ha avuto però due effetti collaterali: per prima cosa il farmacista ha iniziato ad essere percepito dal pubblico e dagli altri operatori sanitari come un venditore. La ricaduta pratica di questo aspetto è che è venuta progressivamente a mancare nei confronti del farmacista la fiducia a priori che generalmente viene concessa ai professionisti sanitari. Naturalmente i farmacisti che lavorano bene hanno ancora la fiducia del cittadino e degli altri operatori sanitari, ma è una fiducia a posteriori, che viene accordata al singolo operatore o alla singola farmacia, non alla categoria. Il secondo aspetto riguarda le competenze: la necessità di sviluppare il consiglio complementare ha portato i farmacisti a specializzarsi su argomenti, come la cosmesi e le medicine alternative, meno direttamente collegate al ruolo originario del farmacista e certamente distanti dal concetto di salute pubblica; per contro, senza un aggiornamento costante, stiamo progressivamente perdendo le nostre conoscenze in una materia fondamentale come la farmacologia. Siamo anche piuttosto carenti sul farmaco innovativo, ma questa è soprattutto colpa di canali alternativi della dispensazione del farmaco come la distribuzione diretta o la DPC.

La soluzione si articola su tre livelli: personale, di farmacia, di categoria.

Ora che abbiamo un quadro più ampio e abbastanza asettico dei due modelli, è tempo di trarre un bilancio. Se è vero che non possiamo semplicemente prendere il modello inglese e trasferirlo qua, possiamo però selezionarne alcuni aspetti vincenti: a tal proposito, la tabella riassume le principali differenze tra i farmacisti italiani e i farmacisti inglesi, in termini di compiti e responsabilità. L’obiettivo dovrebbe essere quello di riavvicinarci ai medici e agli altri operatori sanitari, dai quali adesso siamo isolati, e nel contempo riguadagnare una forma di fiducia a priori da parte dei cittadini. Questo obiettivo ce lo dobbiamo meritare agendo su tre livelli successivi: del professionista, di farmacia, di categoria. A livello personale, e questa è una cosa che chiunque di noi può fare da subito, dobbiamo riaprire il libro di farmacologia. Idealmente dovremmo anche prendere in mano tutte le linee guida riguardanti le patologie più importanti dal punto di vista epidemiologico, e studiarle fino a saperle a memoria. Una volta fatto questo, potremo procedere ad un secondo livello: servizi come l’NMS o il MUR, che valorizzano il farmacista inglese, possono già essere offerti in Italia. Damiano Marinelli dice che i servizi bisogna farseli pagare, e io credo che dovremo imparare a fare anche questo visto che difficilmente verranno offerti dal servizio sanitario, ma è chiaro che interventi sulla compliance terapeutica e la gestione della cronicità raccoglierebbero il plauso dei cittadini e probabilmente anche della classe medica, favorendo un riavvicinamento. Una volta che anche questo livello sarà superato potremo finalmente passare allo step successivo: una ristrutturazione della figura del farmacista, che preveda ad esempio la possibilità di prescrivere farmaci o di collaborare con il medico nella gestione della terapia. Se saremo capaci o meno di farlo, dipende solamente da noi.

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Autore: Farmacisti al Lavoro

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