Tecnologie e farmacisti: un approccio vincente per la gestione dell’ipertensione

Uno studio canadese spiega in che modo il tele-monitoraggio, assieme alla supervisione dei farmacisti, possa garantire cure migliori e costi ridotti.

Nei pazienti ad alto rischio, la gestione dell’ipertensione effettuata da farmacisti e abbinata al tele-monitoraggio della pressione arteriosa può risultare utile sia dal punto di vista clinico che da quello dei costi. A spiegarlo è un commento pubblicato dal Journal of Clinical Hypertension, e firmato da Stefano Omboni, presidente e direttore scientifico dell’Istituto italiano di Telemedicina di Solbiate Arno, in provincia di Varese.

Il dirigente cita in particolare un lavoro nel quale sono stati valutati i risultati ottenuti, su un periodo di 20 anni, grazie al tele-monitoraggio della pressione arteriosa su un vasto numero di pazienti canadesi considerati ad alto rischio, ovvero reduci da un evento cerebro-vascolare non invalidante. Si tratta dello studio intitolato “Cost‐effectiveness of home blood pressure telemonitoring and case management in the secondary prevention of cerebrovascular disease in Canada”, pubblicato nel 2018 dalla stessa rivista scientifica. «Abbiamo esaminato – hanno spiegato gli autori – l’incremento dell’efficienza finanziaria di tale intervento rispetto ai metodi di cura tradizionali che vengono utilizzati in Canada».

Il tele-monitoraggio della pressione arteriosa e la supervisione da parte dei farmacisti, dunque, consentono di migliorare lo stato di salute dei pazienti e al contempo di abbassare i costi delle cure: «I risultati – hanno aggiunto i ricercatori – indicano che il tele-monitoraggio ha consentito di portare ad un risparmio, nel corso della durata in vita del paziente».

Omboni cita quindi altri studi, che risalgono a pochi anni fa, che confermano l’utilità dell’approccio tecnologico. Ma sono poche le analisi che hanno tenuto conto di tali strumenti e, allo stesso tempo, anche dell’apporto garantito dai farmacisti. La conclusione alla quale è aggiunto il dirigente è che «sebbene l’uso di programmi di tele-monitoraggio richieda investimenti specifici e imponga anche maggiori contatti con i pazienti rispetto alle cure tradizionali, esso garantisce un significativo miglioramento del controllo della pressione.

Il tutto a costi relativamente bassi e soltanto di poco più alti di quelli legati ai metodi classici». Costi che, tra l’altro, «sarebbero molto probabilmente compensati da una riduzione delle spese relative ad ulteriori eventi cardiovascolari».

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Il ruolo del farmacista nella gestione delle malattie a lungo termine

L’aderenza terapeutica e la prevenzione dello sviluppo di patologie future cresce grazie alla figura del farmacista.

Secondo alcuni studi il farmacista può assumere un ruolo cruciale nel migliorare l’efficacia dei trattamenti di cura e nel prevenire lo sviluppo di patologie future nel paziente. In particolare, è stata recentemente riconosciuta l’importanza di questa figura professionale come supporto ai casi di pazienti sopravvissuti ad infarto del miocardio e di quelli con una storia di cancro in età pediatrica.

Una ricerca a cura dell’American College of Cardiology, volta a capire le cause dell’alto tasso di riospedalizzazione di pazienti post-infarto, ha rivelato che il farmacista può giocare un ruolo importante nel prevenire nuovi ricoveri, poiché in grado di colmare eventuali lacune informative del sistema ospedaliero. Succede, infatti, che le informazioni fornite al paziente siano carenti soprattutto per quanto riguarda le modalità di assunzione dei farmaci, la gestione di eventuali effetti collaterali, la comprensione delle interazioni farmacologiche o l’adozione di eventuali strategie per la gestione delle dosi mancate. Ed è proprio per far fronte a tali lacune che l’American College of Cardiology ha dato vita al «Patient Navigator», un programma con l’obiettivo di formare medici, infermieri e farmacisti sulle principali barriere informative esistenti, in modo da rendere più consapevoli tutti gli attori che supportano il paziente e monitorano l’aderenza terapeutica.

La cardiologia non è l’unico campo in cui le competenze dei farmacisti si stanno rivelando preziose. Durante la conferenza annuale dell’Associazione di ematologia e oncologia farmaceutica a Fort Worth, USA, Joseph Sciasci e Mary Mably hanno presentato una ricerca che evidenzia il ruolo dei farmacisti nel guidare pazienti oncologici pediatrici attraverso trattamenti di lungo termine.

I ricercatori hanno scoperto che statisticamente il 23% dei giovani sopravvissuti al cancro sperimentano almeno due tossicità significative prima di raggiungere i 35 anni. Tali soggetti, oltre ad essere predisposti a patologie legate agli apparati endocrino, riproduttivo, ortopedico e cardiovascolare, sono potenzialmente a rischio di problemi di carattere psicosociale, come ansia e depressione. Il farmacista che abbia la consapevolezza di ciò, ha la possibilità di intervenire durante e dopo il trattamento per mitigare tali patologie consigliando l’utilizzo di farmaci adeguati o suggerendo l’integrazione nella terapia di altri medicinali.

Nei pazienti che hanno superato un cancro in età pediatrica, la figura del farmacista può risultare fondamentale tanto nel garantire l’aderenza terapeutica quanto nell’assicurare un’esaustiva trasmissione di conoscenze nel passaggio dalla supervisione da pediatra a medico generico. L’avere un esauriente quadro clinico, soprattutto dei trattamenti antitumorali a cui il paziente è stato sottoposto in precedenza, aiuterà il nuovo medico ad essere maggiormente consapevole possibili legami latenti tra nuovi sintomi e trascorse patologie.

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Farmacisti italiani in Canton Ticino, in calo il numero di iscritti all’Ordine

A causa della nuova normativa sulle professioni mediche, cala il numero di farmacisti italiani iscritti all’Ordine che possono operare in Canton Ticino.

L’ordine dei farmacisti del Canton Ticino al 30 aprile 2019 ha visto i suoi iscritti ridursi del 10% rispetto all’anno precedente. Le cause di tale diminuzione possono essere attribuite a due recenti novità che hanno cambiato le carte in tavola. A darne notizia è il giornale locale Ticino Online 20 minuti. Secondo quanto riferito, infatti, un aggiornamento della banca dati dell’Ordine, ha ridotto di 51 unità il numero dei farmacisti presenti sul territorio. Non si tratta però, come si potrebbe pensare di primo acchito, di una massiccia radiazione dall’albo, bensì di una necessaria riorganizzazione tecnica. A fornire dettagli sull’operazione è Federico Tamò, portavoce dell’Ordine dei farmacisti del Cantone Ticino (Ofct), il quale evidenzia che «c’erano nomi non più attuali che sono stati tolti».

In aggiunta a ciò, l’ulteriore novità che ha determinato maggiore impatto sulla flessione del numero di iscritti è la nuova legge in materia di professioni mediche, la quale ha interrotto l’annuale afflusso di una trentina di farmacisti italiani. Questi ultimi infatti, una volta ammessi al libero esercizio, erano abilitati ad effettuare sostituzioni oltre frontiera. «A partire dal 2014 – evidenzia a Ticino Online il farmacista cantonale Giovan Maria Zanini – questo fenomeno si era intensificato, creando anche qualche preoccupazione nel settore e un rischio di dumping salariale». Le conseguenze della nuova legislazione sul settore sono state notevoli. L’entrata in vigore della nuova legge e il relativo obbligo di perfezionamento professionale hanno dunque limitato l’arrivo in Ticino di farmacisti provenienti dall’Italia.

A fronte della suddetta riorganizzazione oggi il Ticino conta 568 farmacisti in libero servizio e 200 farmacie. Secondo il farmacista cantonale questi numeri risultano essere in linea con le esigenze del territorio e rispondono al bisogno di «garantire ai neolaureati locali l’accesso ai posti di perfezionamento». Nessun cambiamento invece per la categoria degli assistenti di farmacia, che rimane stabile su una media di 35 operatori l’anno. Sebbene il numero dei diplomati del 2018 sia più del doppio rispetto all’anno precedente, questo incremento non è da attribuirsi ad una crescita della domanda, ma al fatto che il 2017 ha visto un consistente numero di candidati bocciati, trovatisi costretti a ripetere l’esame l’anno successivo. Si conferma così la necessità della presenza di ambedue le figure professionali, farmacista e assistente, due ruoli distinti e complementari che insieme assicurano il corretto svolgimento della funzione della farmacia nella società.

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I professionisti della salute considerano buone le loro capacità comunicative

Uno studio spagnolo ha indagato la percezione che i professionisti della salute hanno rispetto alle loro capacità di comunicazione con i pazienti.

Qual è l’opinione dei professionisti della salute in merito alle loro capacità di stabilire una buona comunicazione con i pazienti, al fine di assumere decisioni inerenti le cure mediche? E qual’è l’impatto che tali relazioni hanno sugli esiti dei trattamenti somministrati?

A rispondere alla domanda è uno studio dell’ospedale universitario Reina Sofia e del dipartimento di Medicina forense dell’università di Murcia, in Spagna.

«Il processo di informazione al paziente – spiegano gli autori dell’analisi, intitolata “Perceptions of health professionals about the quality of communication and deliberation with the patient and its impact on the health decision making process” – è considerato un elemento centrale nell’ambito delle decisioni di carattere medico che devono assumere i professionisti della salute». Ma al di là delle mere informazioni fornite in modo obbligatorio a chi deve subire una cura, ciò che si sottolinea nel testo è la necessità stabilire una vera comunicazione con il paziente, «che deve essere appropriata rispetto ad ogni caso specifico e ad ogni situazione».

Il paper ha quindi studiato un campione di 2.186 professionisti (1.578 infermieri, 586 medici e 22 farmacisti). A loro è stato somministrato un questionario sul tema: le risposte ottenute indicano che la stragrande maggioranza dei partecipanti considera sufficienti le proprie capacità di comunicare con i pazienti. Si tratta di una quota pari a ben l’80% di coloro che hanno risposto alle domande. Lo studio ha inoltre sottolineato il fatto che i professionisti notano come le persone sottoposte a dei trattamenti siano molto contente di sentirsi ascoltate.

osì come di avere l’impressione di co-partecipare alle scelte relative al processo di cura. In termini percentuali, anche la maggior parte dei farmacisti ha risposto di considerare sufficienti le proprie capacità comunicative nei confronti dei pazienti, ma va detto che essendo la quota di farmacisti – rispetto al totale del campione – decisamente minoritaria, è più difficile trarre delle conclusioni certe per la categoria.

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Comitato No Enpaf, al via la petizione: «No al doppio obbligo previdenziale»

Il comitato “No Enpaf farmacisti non titolari” ha lanciato sulle pagine di Change.org una petizione per dire no al doppio obbligo previdenziale.

Come è noto, la legislazione vigente impone che i farmacisti iscritti all’Ordine siano obbligatoriamente iscritti all’Enpaf, Ente previdenza e assistenza farmacisti. Tale obbligo, tuttavia, non esclude che gli stessi professionisti siano soggetti ad un ulteriore obbligo previdenziale, ovvero l’iscrizione all’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps), costringendo quindi il versamento delle quote ad ambedue gli enti. La prima, direttamente a cura del professionista, la seconda, a cura del datore di lavoro. Al momento, l’unico modo per evitare la doppia imposizione è cancellarsi dall’Ordine di appartenenza. Ne conseguirebbe quindi la mancata possibilità di operare nelle farmacie e parfarmacie pubbliche e private aperte al pubblico, nonché in tutte le attività che richiedono l’iscrizione obbligatoria all’albo dei farmacisti.

Esausti di questa situazione, un gruppo di farmacisti sensibili alla problematica si è costituito con il nome di comitato “No Enpaf farmacisti non titolari”, dando vita ad un’iniziativa di raccolta firme, da consegnare al ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, mediante l’uso della piattaforma “Change.org”. L’appello ha raggiunto più di 9.000 firme nel giro di poche settimane, tuttavia, ulteriori sforzi sono auspicati per portare tale numero a 10.000. «Oggi i farmacisti dipendenti (paga base lorda di 10,40€/ora) – spiegano i promotori dell’iniziativa – sono costretti ad un doppio obbligo previdenziale. Devono pagare Inps e anche Enpaf. La cosa più assurda riguarda i disoccupati, che sono costretti a cancellarsi dall’albo perché impossibilitati a pagare 2280 euro di quota contributiva dopo 5 anni di disoccupazione. Oppure la drammatica situazione dei borsisti, dei professionisti con partita iva e dei titolari di parafarmacia, che sono obbligati alla quota intera di 4559 euro indipendentemente dal reddito percepito».

Per questo motivo, attraverso la petizione, ospitata sul portale Change.org, i farmacisti chiedono che la contribuzione Enpaf diventi «facoltativa per i farmacisti dipendenti che già possiedono altra previdenza obbligatoria e per i disoccupati iscritti all’albo», la «possibilità di restituzione dei contributi previdenziali Enpaf per quei farmacisti che avendo altra previdenza obbligatoria opteranno per la cancellazione da Enpaf, nonché di quelli silenti», ed infine, «contribuzione Enpaf legata al reddito e non più a quota fissa per i farmacisti liberi professionisti che hanno questo ente come previdenza di primo pilastro, borsisti compresi».

Il link diretto per firmare la petizione (link esterno).

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Medici e farmacisti, studio: «Collaborazione è fondamentale per migliorare le cure»

Uno studio canadese ha sottolineato l’importanza di una stretta collaborazione tra medici e farmacisti al fine di migliorare le cure per i pazienti.

Attuare una collaborazione stretta tra i vari professionisti della salute che prendono in carico i pazienti è di fondamentale importanza per una buona riuscita delle cure. A confermarlo è uno studio curato da un gruppo di ricercatori della School of Pharmacy e della School of Public Health and Health System dell’università di Waterloo, in Canada, assieme a colleghi della facoltà di Farmacia e Scienze farmaceutiche dell’università dell’Alberta, sempre nella nazione nord-americana.

Lo studio, intitolato «“My pharmacist”: Creating and maintaining relationship between physicians and pharmacists in primary care settings», ha sottolineato in particolare come farmacisti e medici siano «sempre di più incoraggiati ad adottare un approccio collaborativo nella cura del paziente e nell’erogazione di servizi sanitari. È noto infatti che in questo modo è possibile migliorare la sicurezza del paziente. Ciò nonostante, i farmacisti hanno affermato di riscontrare delle difficoltà nello sviluppo delle relazioni di lavoro interprofessionali». Il paper ha quindi constatato il fatto che «non esistono grandi conoscenze, ad oggi, in merito agli scambi tra farmacisti e medici in merito alle cure dei pazienti».

Per questa ragione gli autori dello studio hanno somministrato alcune interviste semi-strutturate a nove medici e 25 farmacisti. Ciò al fine di comprendere non solo i loro approcci, ma anche i ruoli e le responsabilità di ciascuno nella presente carico primaria del paziente. Le conclusioni alle quali sono giunti di ricercatori indicano che «una stretta relazione lavorativa tra farmacisti e medici non soltanto influenza la quantità di scambi ma anche il livello qualitativo della collaborazione stessa. I risultati della nostra analisi dimostrano inoltre che quando i medici hanno stabilito una relazione con uno specifico farmacista, ne percepiscono la positività del ruolo. Ma non allargano necessariamente tale opinione anche ad altri farmacisti».

Ne consegue che, secondo gli studiosi, è importante che ciascun professionista «comprenda quali sono i differenti ambienti di lavoro nei quali ciascun professionista può sentirsi in grado di utilizzare al meglio le proprie capacità, al fine di migliorare le cure». Occorre pertanto «immaginare sistemi che possano stimolare una collaborazione attiva, nonché strumenti di comunicazione al fine di assicurare una forte partnership interprofessionale».

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Abusivismo professionale, Conasfa: «Corre l’obbligo di un serio confronto»

La Federazione nazionale associazioni farmacisti non titolari torna sul tema dell’abusivismo professionale di cui spesso si torna a parlare.

Nel corso di una serie di operazioni portate a termine nel marzo del 2019 dai carabineri del Nucleo anti sofisticazioni di  Palermo e della compagnia di Trapani, sono stati deferiti in stato di libertà cinque farmacisti ed un magazziniere. Tra le inosservanze riscontrate anche quella dell’esercizio abusivo della professione di farmacista. Come è noto, la pratica dell’abusivismo professionale vede l’impiego di personale non laureato nei rapporti con i pazienti, dando origine a vari effetti sia sui livelli occupazionali che per la stessa sicurezza del paziente.

A gravare sulla situazione dell’abusivismo professionale è la totale indifferenza degli organi istituzionali, dei sindacati e delle associazioni di farmacisti. Fanno eccezione alcune sigle. Tra queste il Movimento nazionale liberi farmacisti (Mnlf), più volte intervenuto sulla questione, ma anche la Federazione nazionale associazioni farmacisti non titolari (Consasfa). È proprio quest’ultima, infatti, ad evidenziare che «il risultato delle indagini a Trapani, di qualche settimana fa, da parte del nucleo Nas della città, mette nuovamente il dito nella piaga».

Secondo quanto spiega il Conasfa, infatti, «episodi così eclatanti, purtroppo, non sono rari. L’attività investigativa dei militi avrà il suo decorso. Come professionisti e come iscritti ai rispettivi Ordini provinciali, questo episodio non può passare inosservato». La federazione di farmacisti non titolari mette in luce inoltre che «le attività di controllo e deterrenza da parte degli Ordini provinciali per il rispetto del codice deontologico sostanzialmente negli anni si sono dimostrate insufficiente se non addirittura fallimentari».

Nello specifico, il Conasfa fa notare che alcuni articoli del Codice deontologico del farmacista, tra cui l’articolo 3, che recita testualmente «a salvaguardia della salute del cittadino», e l’articolo 1.03, che riporta «che garantisce ai cittadini i requisiti di professionalità e la correttezza del comportamento degli iscritti», sono rimasti solo ruoli “di facciata” e non di sostanza. Spesso infatti, evidenzia il Conasfa, «le attività di controllo degli Ordini sono “incatenate” per il rischio di cause con i “colleghi” incriminati che porterebbero a degli esborsi onerosi e dei tempi lunghi per i primi per le controversie giudiziarie».

Con il conseguente risultato di «attese infinite della giurisprudenza ordinaria con il rischio del nulla di fatto e sostanzialmente disattendendo l’art. 40 del Codice deontologico. Rimane anche il dubbio se l’Ordine abbia ancora un ruolo di autorità e autorevolezza. Questo ruolo deve essere rilanciato da una autocritica di tutti e cercando di introdurre nuovi mezzi» Pertanto, conclude il  Sinasfa, «la tentazione di comportamenti non deontologici e di abusivismo, sono molteplici».

In aggiunta a ciò, «spesso ci si nasconde dietro l’alibi che l’altro lo fa già e/o per motivi di sostenibilità aziendale, questo “permetterebbe” di fare e accettare tutto. Le puntuali raccomandazioni da parte dei nostri Presidenti di Ordini e Federazione probabilmente vengono letti con ironia. Il perdurare di questi comportamenti scorretti, la non applicazione di fatto del Codice deontologico art. 40 sono a danno dell’immagine del farmacista, della salute pubblica, della sana concorrenza professionale e dell’occupazione dei farmacisti. Se tutte le raccomandazioni, aggiornamenti del Codice deontologico non hanno avuto un effetto incisivo, corre l’obbligo di un serio confronto all’interno della categoria in tempi certi per definire altre forme sanzionatorie e di controllo».

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Ricetta elettronica veterinaria, attivo il corso Fad della Fofi

La Fofi ha reso noto dell’avvio di un corso di Formazione a distanza sul tema della ricetta elettronica veterinaria.

Come è noto, il 16 aprile 2019 l’introduzione della ricetta elettronica veterinaria è diventata realtà. Ciò dopo diversi mesi di attesa, durante i quali i professionisti sanitari, a vario titolo, hanno avuto modo di adeguare le proprie piattaforme e le conoscenze sull’argomento. Per poter venire incontro alle esigenze dei farmacisti territoriali, la Federazione degli ordini del farmacisti italiani (Fofi) ha reso noto che è stato accreditato un nuovo corso di Formazione a distanza (Fad) sul tema della nuova modalità prescrittiva, reso disponibile grazie alla collaborazione con il ministero della Salute e la Federazione nazionale degli ordini veterinari italiani (Fnovi). L’evento formativo è attivo sulla piattaforma federale denominata FadFofi, dedicata agli iscritti all’Ordine dei farmacisti, e dovrà essere completata entro il 31 dicembre 2019.

Corre utile ricordare che sul portale FadFofi, raggiungibile al link http://www.fadfofi.com, sono attualmente disponibili sette differenti corsi, in modalità Fad. Secondo quanto reso noto dalla Fofi, essi sono «tutti perfettamente coerenti col Dossier formativo di gruppo della Federazione». Nello specifico, i corsi attivi fino al 29 luglio 2019 sono «Le interazioni farmaco-cibo. Un rischio sottostimato», per conseguire 10,5 crediti formativi, «Gestione nutraceutica del rischio cardio e cerebro- vascolare in farmacia: dalle dislipidemie ai sintomi del paziente affetto da scompenso cardiaco», 4 crediti, «Farmacisti, vaccini e strategie vaccinali», 10,5 crediti formativi. Scadranno il 17 dicembre 2019 i corsi «Paziente e ˊclienteˋ: una corretta informazione per trasformare il cross selling in opportunità di salute», per ottenere 7 crediti, «Il paziente con disturbo depressivo maggiore e il farmacista», 10 crediti, «Interazioni tra farmaci e gestione dell’innovazione in farmacia», 5 crediti, ed infine «Il farmacista come counselor», 5 crediti. La partecipazione a tutti i corsi disponibili consentirà l’ottenimento di 58 crediti Ecm, che potranno aggiungersi a quelli necessari al raggiungimento del totale dei 150 crediti riferiti al triennio formativo 2017-2019, da conseguire entro il 31 dicembre 2019.

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Formazione farmacisti, ancora pochi mesi per completare obblighi formativi

Il 31 dicembre 2019 è il termine ultimo per il conseguimento dei crediti relativi al triennio formativo 2017-2019.

I farmacisti iscritti agli Ordini professionali hanno poco più di otto mesi per assolvere gli obblighi formativi previsti per il triennio 2017-2019. A ricordare tale scadenza è la Federazione degli ordini dei farmacisti italiani (Fofi), la quale spiega in una nota che entro il 31 dicembre 2019 «tutti i farmacisti dovranno raggiungere il pieno soddisfacimento dell’obbligo formativo». Nello specifico, «150 crediti formativi, al netto di esoneri, esenzioni ed eventuali altre riduzioni individuali, quale ad esempio quella di 10 crediti che spetta automaticamente a tutti gli iscritti per la partecipazione al Dossier formativo di gruppo della Fofi». Per poter verificare i crediti accumulati e quelli rimanenti, i farmacisti possono accedere alla piattaforma Cogeaps opportunamente predisposta, raggiungibile cliccando su questo link (link esterno verificato il 22 aprile 2019).

In aggiunta a ciò, la Fofi ha ricordato che la Commissione nazionale per la formazione continua (Cnfc) ha approvato i nuovi Manuali per la formazione Ecm. In particolare, «il “Manuale sulla formazione continua del professionista sanitario”, pensato per indicare a tutti gli iscritti ai relativi albi professionali le previsioni inerenti all’obbligo formativo triennale e le decisioni della Cnfc in materia di esoneri, esenzioni ed eventuali altre riduzioni». Oltre al «“Manuale nazionale di accreditamento per l’erogazione di eventi Ecm”», che ha come destinatari «i provider e regolamenta i requisiti di accreditamento degli stessi e la disciplina generale degli eventi ECM». Un’ulteriore novità resa nota dalla Fofi riguarda la modifica dei «Criteri per l’assegnazione dei crediti alle attività ECM»: per ogni ora di attività di Formazione a distanza, saranno assegnati 0.3 crediti/ora.

Infine, con riferimento alle novità riguardanti l’autoformazione, la Fofi ha elevato dal 10 al 20% la percentuale di crediti acquisibili mediante questo tipo di formazione, elencando le modalità che contribuiscono all’accumulo del punteggio. In particolare, «la partecipazione alle riunioni del Consiglio nazionale o delle assemblee degli iscritti nelle quali si trattano temi di aggiornamento professionale», «la partecipazione a corsi/incontri/eventi/attività di aggiornamento professionale di vario tipo organizzati o promossi dalla Federazione, dagli Ordini territoriali, da Associazioni professionali, da Società scientifiche o altri soggetti con esperienza in campo sanitario, «la partecipazione ad eventi di volontariato svolti dai farmacisti italiani e, in particolare, quelli realizzati dal Banco farmaceutico o dall’Associazione Nazionale Farmacisti Volontari per la Protezione civile», «la partecipazione agli organismi locali di vigilanza sulle farmacie», ed infine «la lettura delle pubblicazioni ufficiali della Federazione e più precisamente, la rivista cartacea “ilFarmacista” – “Organo Ufficiale della Federazione Ordini Farmacisti Italiani” e la relativa versione digitale “www.IlFarmacistaOnline.it ”, nonché la collegata newsletter e-mail».

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Stati Uniti, studio: «Necessario cambiamento di “status” per i farmacisti»

Al fine di abbattere le barriere che impediscono ai farmacisti di dimostrare tutto il loro valore, secondo uno studio americano occorre modificarne lo status.

Negli Stati Uniti esistono numerose barriere che impediscono, ancora oggi, ai farmacisti di dimostrare tutto il loro valore. A spiegarlo è uno studio pubblicato dal Journal of the American Pharmacists Association e curato da due ricercatori del College of Pharmacy presso la Idaho State University. L’analisi, intitolata “Pharmacist-provided services: Barriers to demonstrating value”, ricorda dapprima come numerosi studi si siano concentrati sui benefici che i servizi forniti dai farmacisti sono in grado di garantire alla popolazione.

«Le prove raccolte suggeriscono che i farmacisti possano migliorare gli obiettivi delle cure per le persone affette da patologie croniche come diabete, ipertensione e iperlipoproteinemia. E possono anche incidere sulla gestione dell’aderenza alle terapie». Ma la letteratura indica anche che tali professionisti «rappresentano ad oggi negli Usa degli elementi troppo poco utilizzati nel servizi clinici, come ad esempio nei Centers for Disease Control and Prevention (Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, nde)». Non a caso, alcune «organizzazioni nazionali hanno chiesto di incrementarne il contributo, citando in particolare l’apporto a livello clinico che essi possono garantire».

Eppure, nonostante tali dati siano ormai di fatto “consolidati”, secondo i ricercatori «sono necessarie ulteriori informazioni anche in altri ambiti, ad esempio per quanto riguarda i risultati in termini di qualità della vita dei pazienti, ricoveri e apporto sul lungo periodo (come nel caso del tasso di mortalità)» al fine di ampliare la prospettiva. Allo stesso modo, lo studio spiega che «esistono molti modi in cui i farmacisti territoriali possono impegnarsi per rendere individualizzate le cure», ma «la percezione del loro valore professionale rimane una barriera».

In altre parole, i farmacisti non riescono ancora a far riconoscere completamente l’importanza di ciò che possono offrire. Secondo i due autori del paper, il problema è anche legato «allo status» dei professionisti che «fa sì che si continui a perpetuare la non abilitazione» a fornire determinati servizi clinici. Per questo i ricercatori concludono spiegando che «le barriere che impediscono di dimostrare il valore dei farmacisti possono essere superati fornendo in modo ufficiale una nuova “posizione” alla categoria nel sistema sanitario americano.

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