Cannabis ad uso medico, nel primo semestre 2019 20 casi di sospette reazioni avverse

È stata pubblicata la relazione semestrale sui sospetti casi di reazioni avverse in pazienti che assumono farmaci a base di cannabis.

Il Centro nazionale per la ricerca e la valutazione pre-clinica e clinica dei farmaci di Roma ha reso noti i risultati della relazione semestrale – per il periodo che va da gennaio a giugno del 2019 – sulle “Segnalazioni di sospette reazioni avverse a preparazioni magistrali di cannabis per uso medico”. «Dal 1 gennaio al 30 giugno 2019 – ha spiegato l’organismo – sono pervenute al sistema di fitosorveglianza 20 segnalazioni di sospette reazioni avverse associate a uso medico di cannabis, di cui 8 provenienti dalla Toscana e 7 dalla Liguria». Per quanto riguarda l’età mediana dei pazienti, essa è stata indicata in 60 anni (range: 31-89). Mentre in termini di genere, è stato evidenziato che la maggior parte delle segnalazioni ha riguardato le donne: pari al 70% del totale.

Il centro di valutazione ha inoltre specificato per quali ragioni tali pazienti assumevano cannabis per uso medico: «Il motivo d’uso prevalente era il dolore cronico. In 13 casi (65%) era indicato l’uso concomitante di farmaci». Soltanto in un caso, tuttavia, si è reso necessario un ricovero ospedaliero. «Tutte le segnalazioni – prosegue il documento relativo al primo semestre dell’anno in corso – sono state valutate secondo le modalità del sistema di fitosorveglianza. In 15 segnalazioni (75%) il nesso di causalità è risultato probabile».

Il commento che è stato in ogni caso aggiunto ai dati appare rassicurante: «Si fa presente – spiega l’organismo di vigilanza – che dall’analisi delle reazioni avverse non sono emersi segnali da approfondire. In alcuni casi è stato richiesto il follow-up dei pazienti, che ha confermato quanto sopra detto. Non è stato ritenuto necessario analizzare i prodotti assunti dai pazienti». Inoltre, è stato specificato che «come considerazione generale, va sottolineato che i dati commentati e descritti sono tratti da segnalazioni spontanee di sospette reazioni avverse che per loro natura sono in grado di descrivere solo in modo sintetico le osservazioni relative a un evento».

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Ecm farmacisti, da Cnf riduzione debito per coloro in zone colpite da sismi

La Cnfc ha deliberato la riduzione del debito formativo per i professionisti sanitari domiciliati o operanti nei comuni soggetti ad aventi sismici nel 2016 e 2017.

«Una riduzione del debito formativo di 25 crediti per il triennio 2014-2016» e «obbligo formativo di 75 crediti per il triennio 2017-2019». Sono questi i punti al centro della delibera in materia di riduzione di debito formativo adottata lo scorso 25 luglio dalla Commissione nazionale della formazione continua (Cnfc). Nello specifico, si legge nel documento, tale riduzione sarà applicata «per i professionisti sanitari domiciliati o che svolgono la propria attività presso i comuni colpiti dagli eventi sismici degli anni 2016 e 2017, di cui al decreto legge 17 ottobre 2016, n. 189, allegati 1,2 e 2-bis».

È utile ricordare che il termine ultimo per il conseguimento dei necessari crediti formativi per il triennio 2017-2019 è fissato per il 31 dicembre 2019. Per l’occasione la Federazione degli ordini dei farmacisti italiani (Fofi) ha fatto sapere che dal 7 agosto sono presenti online ulteriori tre corsi che i farmacisti possono fruire in modalità Fad. Nello specifico, «Le interazioni farmaco-cibo. Un rischio sottostimato», per 10,5 crediti, «Gestione nutraceutica del rischio cardio e cerebro-vascolare in farmacia: dalle dislipidemie ai sintomi del paziente affetto da scompenso cardiaco», per 4 crediti, ed infine «Farmacisti, vaccini e strategie vaccinali», per 10,5 crediti. In totale, i nuovi corsi attivati, con scadenza fissata al 31 dicembre 2019, consentono il conseguimento di un totale di 25 crediti Ecm.

I farmacisti interessati alla fruizione online che non dispongono di un account devono registrarsi all’indirizzo www.fadfofi.com. Aprire il link “Iscriviti” che consente l’accesso alla pagina «Registrazione nuovo utente». Dunque, proseguire nel processo di inserimento dei propri dati e di generazione delle credenziali di accesso. Una volta portata a termine l’operazione di registrazione è possibile accedere e seguire sin da subito i contenuti formativi, aprendo le relative intestazioni sugli sliders presenti in home page.

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HIV, in California i farmacisti possono dispensare farmaci per la profilassi senza prescrizione

Una nuova legge approvata in California consente ai farmacisti di dispensare farmaci per la profilassi del virus dell’HIV anche senza la prescrizione di un medico.

La California è diventata il primo stato federale americano sul cui territorio i farmacisti sono autorizzati a dispensare medicinali atti alla prevenzione del virus dell’HIV – sia nel caso di prodotti per la profilassi pre-esposizione (PrEP), sia nel caso di quelli utili dopo l’esposizione (PEP) – senza la prescrizione di un medico. La norma, la SB 159, è stata firmata nella giornata di lunedì 7 ottobre dal governatore Gavin Newsom. Come riferito dal portale specializzato Pharmacist.com, «grazie a tale legge, i pazienti potranno accedere ai medicinali PrEP senza doversi rivolgere prima al proprio medico».

Sono stati infatti introdotti limiti alla dispensazione soltanto dal punto di vista temporale: ciascun farmacista non potrà concedere ad una singola persona un quantitativo superiore a quello necessario per ottenere una scorta di 60 giorni. La nuova normativa, secondo quanto riferito dai suoi promotori, dovrebbe da un lato consentire di diminuire la diffusione del virus, dall’altro rendere più agevole l’accesso soprattutto per determinate fasce di popolazione americane: in particolare alcune minoranze e le comunità rurali.

Ad oggi, secondo i dati forniti dal California Health Benefits Review Program sono circa 30.000 le persone che nello Stato federale utilizzano correntemente prodotti per la profilassi pre-esposizione, mentre sono circa 6.000 coloro che fanno ricorso a prodotti post-esposizione. «Rendere i medicinali PrEP e PEP non più soggetti ad obbligo di prescrizione medica, e dunque più vicini alle comunità grazie alle dispensazioni dirette da parte dei farmacisti rappresenta un importante passo in avanti», ha commentato Carlos del Rio, medico, sul New England Journal of Medicine.

Che ha tuttavia ricordato come sia fondamentale «essere sicuri che le persone in questione si sottopongano comunque ad un test dell’Hiv, e confermino il risultato negativo, prima di vedersi dispensati farmaci pre-esposizione. Ciò al fine di evitare di fornire tali medicinali a persone già infette».

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Numero chiuso a Farmacia e Ctf, Mnlf: «Ingiusto ed obsoleto»

Il Movimento nazionale liberi farmacisti ritiene «ingiusto ed obsoleto» il mantenimento del numero chiuso nelle facoltà di Farmacie e Ctf.

«La richiesta di regolare attraverso un numero chiuso l’accesso al corso di laurea in farmacia è immotivata e strumentale a mantenere invariato l’attuale assetto legislativo». Inoltre, tale pratica «risulta avere anche dei connotati classisti, perché è del tutto evidente che tra coloro che rimarrebbero fuori, ma con maggiori disponibilità economiche potrebbe scegliere di iscriversi ad altra università europea». È quanto evidenzia il Movimento nazionale liberi farmacisti (Mnlf), in merito alla possibilità di variare il numero chiuso nelle facoltà di farmacia in Italia utilizzando un modello alla francese. Nello specifico, la riforma del governo Macron, intende favorire un sistema di sbarramento graduale da applicare nel corso degli anni, provocando una fuoriuscita dal corso di studio nel momento in cui non si riesca a superare esami di sbarramento posti alla fine degli anni accademici.

Iniziativa che sebbene in Francia abbia favorito numerose polemiche, secondo quanto riferito dal Mnlf, sembrerebbe essere entrata nelle simpatie di alcuni rappresentanti della Federazione degli ordini dei farmacisti italiani (Fofi). In proposito, la sigla si dice totalmente contraria al modello «perché questo comporterebbe un costo enorme per le famiglie per supportare lo studio dei propri figli, una grave frustrazione per i giovani che avranno perso uno o due anni della loro vita nel tentativo, fallito, di proseguire negli studi per prendere la laurea da loro desiderata, uno spreco di soldi pubblici per fare studiare inutilmente migliaia di giovani».

Inoltre, sottolinea il Mnlf, «la verità è che durante il primo anno è impossibile individuare quelli che saranno i laureati migliori rispetto a quelli che non si potranno laureare perché scartati. Di certo questa modalità di selezione è – come sperimentato per decenni in Francia –, oltre che inaffidabile, enormemente costosa, non solo in termini economici, per chi alla fine del primo anno non riuscirà a superare il blocco del numero contingentato di posti». Facendo riferimento anche ad un «meccanismo “ambiguo”», riferito al «”fabbisogno” dei laureati in ogni singola disciplina sanitaria». In proposito, il Movimento nazionale liberi farmacisti rende noto che «il candidato a proseguire gli studi accede liberamente al primo anno, se consegue il numero di crediti sufficienti, accede al test, e se lo supera non è detto che possa proseguire gli studi perché i posti a concorso saranno stabiliti si in base alla disponibilità di ogni singolo ateneo, ma anche rispetto al fabbisogno di laureati a livello nazionale. Fabbisogno, che come più volte affermato è basato su un modello europeo che prevede tra i rilevatori anche gli Ordini professionali all’interno della decisione formulata dalla Conferenza Stato-Regioni. Più volte abbiamo chiesto alla Fofi quale sia il ruolo svolto in queste rilevazioni, più volte, come per altri quesiti, non ci è stata data risposta».

Sempre in merito al numero chiuso, nel febbraio del 2017, Farmacisti al Lavoro aveva risposto ad alcuni quesiti (disponibili aprendo questo link) confrontando i dati italiani con i dati dei colleghi greci, portoghesi, francesi, tedeschi e inglesi. Tra questi, «I farmacisti italiani sono i meno pagati d’Europa: è vera questa affermazione?», «È vero che siamo troppi rispetto alle farmacie?», ed infine «Che cosa succederebbe aumentando il numero di farmacie?».

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Caso ossicodone, Mandelli (Fofi): «Episodio di Firenze non può lasciare indifferenti»

Andrea Mandelli, presidente della Fofi, commenta il tragico evento accaduto a Firenze relativo alla morte di due fratelli. Conasfa: «Problema cronico elusione norme».

«Il tragico episodio di Firenze non può lasciare indifferenti. Nel nostro paese non si conoscono fenomeni di abuso di medicinali analgesici oppioidi analoghi a quelli che si registrano in altre realtà, tuttavia occorre tenere alta la guardia». È il commento di Andrea Mandelli, presidente della Fofi, in seguito al tragico episodio che ha visto la morte di due fratelli a Firenze. Come riportato dalla stampa locale, i giovani avrebbero assunto un mix di alcol e droghe. Nel corso dei rilievi gli inquirenti hanno rinvenuto lo scontrino e scatole di un farmaco a base di ossicodone, principio attivo con la potenza simile alla morfina, aprendo così all’ipotesi della simultanea somministrazione con altre sostanze. Secondo quanto evidenzia Mandelli, in merito all’accaduto, «va applicata con il massimo rigore la normativa vigente, che impone la presenza di una prescrizione medica per la dispensazione di tutti questi farmaci: per alcuni la ricetta speciale per gli stupefacenti e per altri quella del Ssn o quella “bianca” non ripetibile”».

«Attualmente – evidenzia il dirigente – è in corso un’indagine giudiziaria che accerterà se vi sono responsabilità da parte di un farmacista e quali; quando i fatti saranno accertati, come di prassi, sarà l’Ordine Provinciale di Firenze ad assumere le iniziative disciplinari necessarie. Da parte nostra non possiamo che ribadire l’obbligo, deontologico oltre che legale, di non consegnare senza ricetta nessun farmaco che la richieda, come peraltro fanno ogni giorno gli oltre sessantamila farmacisti che operano nelle ventimila farmacie italiane. Per questo, se dovessero emergere responsabilità a carico di farmacisti si agirà con la massima tempestività e fermezza».

Dello stesso avviso è la Federazione nazionale associazioni farmacisti non titolari (Conasfa), la quale ha ribadito che «non è il primo e purtroppo non sarà l’ultimo caso». In proposito, la sigla ha sottolineato che «gli eventi accaduti a Firenze in questi giorni, con una probabile dispensazione del farmaco senza la presenza della ricetta medica hanno sortito l’evento più drammatico. Non vogliamo e non possiamo in questo momento commentare l’episodio specifico, sentite le poche informazioni e l’istruttoria aperta». Tuttavia, «come in altre occasioni – conclude il Conasfa – la categoria e le organizzazioni professionali devono soffermarsi sul problema cronico dell’elusione delle norme. Contravvenire alle norme di leggi e al Codice deontologico comporta responsabilità specifiche e gravi del Farmacista. Purtroppo spesso sottoposto a pressioni da più parti, si rischia di non rispettare le regole che tutelano, oltre il cittadino, la nostra professionalità».

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Comitato No Enpaf, presentato il Manifesto ufficiale

Dopo le iniziative sul territorio, i farmacisti del comitato No Enpaf presentano un Manifesto ufficiale a sostegno delle proprie istanze.

Sono quattro i punti centrali del Manifesto ufficiale del comitato No Enpaf, associazione di farmacisti riunitasi con l’obiettivo di dare voce e sostegno ad iniziative contro l’obbligo previdenziale dei farmacisti. Il primo punto riguarda «l’imposizione dell’obbligo Enpaf per i farmacisti dipendenti risale ad una legge del 1946, legge che risulta essere oggi assolutamente anacronistica e inadeguata all’attuale mercato del lavoro». Il secondo evidenzia che «solo nel 2018 si sono cancellati dagli ordini dei farmacisti italiani 2474 colleghi al di sotto dei 60 anni su un totale di circa 90.000 iscritti.  Sicuramente la norma “perdita bonus disoccupati” ha inciso in maniera determinate sui numeri. È evidente quindi che il regolamento enpaf diventa in molti casi una macchina per l’espulsione dalla categoria dei disoccupati e precari, con sottrazione loro di contributi silenti o contributi di solidarietà a fondo perduto».

Un terzo punto sostiene che «il sistema previdenziale Enpaf a quota fissa e doppia contribuzione, se costituisce “un onere costante” e gravoso per i farmacisti dipendenti con un contratto a tempo indeterminato o continuativo ( 720 € per iscritti prima del 2004 come quota al 15%, e 180€ come quota al 3% per gli iscritti dopo il 2004) penalizza con un “regolamento trappola” i giovani, i disoccupati e i precari che rischiano paradossalmente di pagare molto di più, in quanto spesso non riescono ad ottenere o mantenere la riduzione richiesta». Infine, un quarto ed ultimo punto, riguarda i «farmacisti dipendenti o disoccupati che pagano la quota al 15% o al 50% senza 30 anni di versamenti e 20 di esercizio, perderanno quanto versato ad Enpaf dal 2003 in poi, raggiunta l’età pensionabile».

Alla luce dei punti sopra evidenziati, il gruppo No Enpaf avanza nel manifesto diverse richieste. Tra queste, la «contribuzione Enpaf facoltativa per i farmacisti dipendenti che già possiedono altra previdenza obbligatoria e per i disoccupati iscritti all’albo», la «possibilità di restituzione dei contributi previdenziali Enpaf per quei farmacisti che avendo altra previdenza obbligatoria opteranno per la cancellazione da Enpaf, nonché di quelli silenti», ed infine «contribuzione Enpaf legata al reddito e non più a quota fissa per i farmacisti liberi professionisti che hanno questo ente come previdenza di primo pilastro, borsisti compresi».

Lo scorso aprile il gruppo di farmacisti No Enpaf lanciò una petizione sul noto portale “Change.org”, con la finalità di sensibilizzare un numero quanto più esiguo di professionisti ad unirsi per la lotta contro l’obbligo previdenziale. Iniziativa preceduta da una manifestazione, che vide diverse decine di farmacisti dipendenti e disoccupati scendere in piazza a sostegno delle proprie istanze.

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Farmacista cede la farmacia e diventa birraio: «È la mia passione»

Secondo quanto riportato dal quotidiano “Bergamo News”, un farmacista ha ceduto la propria attività per dedicarsi al birrificio a tempo pieno.

Abituati a sentire di farmacisti che cedono il passo perché esausti del proprio lavoro, sempre più spesso si assiste a veri e propri cambi di rotta. Chi verso le facoltà di medicina, chi verso altri mestieri. Tra questi, Giovanni Fumagalli, farmacista la cui storia è stata riportata sul quotidiano Bergamo News lo scorso gennaio, e passata quasi inosservata, che tuttavia ha incuriosito FarmacistialLavoro.it. Secondo quanto riporta il giornale, infatti, «dopo 24 anni, dei quali 17 anni da titolare di farmacia, Giovanni Fumagalli, farmacista di San Pellegrino, cede l’attività per dedicarsi a tempo pieno a quella di birraio, cominciata 8 anni fa con l’apertura del Birrificio Via Priula». A far saltare ogni equilibrio, secondo quanto afferma Fumagalli a Beramo News, sarebbero state le “lenzuolate di Bersani”.

«Non sono molto ottimista sul futuro della professione di titolare privato di farmacia – spiega Fumagalli a Bergamo News -. Ultimamente – si legge sul giornale -, con le cosiddette liberalizzazioni, il sistema è cambiato e la figura del titolare di farmacia viene sempre più delegittimata: veniamo additati come ‘casta privilegiata’, mettendo così in discussione un sistema territoriale capillare che ha sempre offerto buone prestazioni, soprattutto per le persone anziane che vivono lontano dai grandi centri abitati. In particolare, in questi anni abbiamo ampliato diversi servizi della nostra farmacia, tenendo anche aperto, dal 2012, con orario continuato ed anche i giorni festivi: evidentemente, questo tipo di sforzo non viene riconosciuto».

Il farmacista punta il dito contro i grandi players economici. «Le farmacie – spiega Bergamo News – oggi vengono indebolite (in particolare le piccole realtà che sopravvivono a stento nei centri più periferici) e questo giocherà a favore di grandi gruppi economici che sono pronti a diventare nel medio termine i proprietari stessi delle farmacie, costituendo catene a marchio. Quali sono i gruppi economici che hanno un forte interesse sulle farmacie? I distributori del farmaco, pochi colossi a livello europeo che potranno vendere al dettaglio i farmaci che distribuiscono, la Grande distribuzione organizzata (Gdo), che per rendere sempre più attrattiva l’offerta dei centri commerciali tenderà ad inglobare l’offerta per la salute e i fondi d’investimento, sempre alla ricerca di nuovi territori dove mettere a frutto le loro risorse».

È possibile leggere l’articolo e la storia integrale aprendo questo link (link esterno).

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«I farmacisti potrebbero ridurre drasticamente le visite al pronto soccorso»

Un recente studio canadese ha dimostrato come la presenza di farmacisti nei dipartimenti di emergenza ospedaliera potrebbero limitare l’affollamento di pazienti.

Il farmacista, figura professionale di eccellenza per expertise e conoscenza nel mondo del farmaco, nonché per la gestione delle problematiche ad esso correlato, potrebbe trovare ulteriori sbocchi professionali in ambito ospedaliero, oltre a quelli già presenti. Secondo un recente studio portato a termine dai ricercatori dell’Università di Waterloo, in Canada, pubblicato sulla rivista scientifica Research in Social and Administrative Pharmacy, l’incorporazione di farmacisti nella comunità o nei dipartimenti di emergenza ospedaliera potrebbe ridurre significativamente l’affollamento dei dipartimenti stessi. Nel dettaglio, gli studiosi hanno scoperto che quasi un terzo delle visite nei dipartimenti di emergenza non urgenti in Ontario, Canada, riguardavano condizioni che potevano essere gestite da farmacisti di comprovata esperienza.

Già da molti anni ai farmacisti canadesi – a differenza di altre parti del mondo, compresa l’Italia – sono stati riconosciuti diversi ruoli nella filiera, oltre alla classica dispensazione del farmaco. Ad Alberta, ad esempio, dal 2007 ai farmacisti è stata data la possibilità di prescrivere farmaci sia autonomamente che per disturbi minori, rinnovare le prescrizioni, amministrare iniezioni e altro ancora. L’Ontario ha consentito al farmacista l’erogazione di servizi aggiuntivi tra cui il rinnovo delle prescrizioni e la vaccinazione antinfluenzale nel 2012. Altri vaccini sono stati aggiunti più tardi nel 2016.

Nello studio in oggetto è emerso che poiché circa uno su cinque pazienti che cercano cure in emergenza hanno problemi di salute non urgenti, i ricercatori hanno stabilito quale percentuale di visite non urgenti o non necessarie potrebbe essere potenzialmente gestita da un farmacista. Gli studiosi hanno cos’ analizzato i dati dal 2010 al 2017, esaminando tutti i casi dei dipartimenti di emergenza negli ospedali dell’Ontario. Poi hanno diviso i casi basandosi su scale standard che misurano la gravità delle preoccupazioni dei pazienti ed infine hanno utilizzato statistiche per valutare quali potrebbero essere gestite dai farmacisti che lavorano con un ambito ampliato. Tra questi, i casi di disfunzione erettile, che potevano essere gestiti da un farmacista, ma anche condizioni legate alla pelle come dermatiti e altre patologie come tosse o infiammazione del condotto uditivo, passaggi nasali e gola.

«Il sovraffollamento nei dipartimenti di emergenza è una preoccupazione a cui la maggior parte dei canadesi può riferirsi, e sappiamo che può portare ad un aumento della mortalità e ad un più alto tasso di pazienti che escono senza ricevere cure». È quanto sostiene Wasem Alsabbagh, docente alla Waterloo School of Pharmacy. Secondo Alsabbagh, inoltre, «le nostre scoperte supportano la necessità di vedere un numero maggiore di farmacisti che lavorano con una portata estesa nella comunità o posizionati nei dipartimenti di emergenza. Ciò può ridurre l’affollamento, ma anche per liberare più risorse nei dipartimenti per prendersi cura di pazienti più acuti».

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Formazione farmacisti, dalla Fofi tre nuovi corsi Ecm

La Fofi ha reso disponibili tre corsi nuovi Ecm sulla piattaforma istituzionale fadfofi.com.

Sono tre i corsi in modalità di Formazione a distanza (Fad) resi disponibili dalla Federazione degli ordini dei farmacisti italiani, fruibili sulla piattaforma federale raggiungibile al link www.fadfofi.com. Come riportato da FarmacistialLavoro.it ai propri lettori, per favorire il conseguimento degli obblighi formativi ed il raggiungimento del numero di crediti necessari a portare a completamento il fabbisogno per il triennio 2017-2019, la Fofi aveva predisposto una serie di corsi attivi da fruire nel corso del 2019.

Parte di essi hanno visto il proprio termine al 29 luglio 2019. Altri, invece, mantengono la loro fruibilità fino a dicembre 2019. Tra questi, i corsi «Paziente e ‘cliente’: una corretta informazione per trasformare il cross selling in opportunità di salute», di 7 crediti, «Il paziente con disturbo depressivo maggiore e il farmacista», di 10 crediti, «Interazioni tra farmaci e gestione dell’innovazione in farmacia», di 5 crediti, ed infine «Il farmacista come counselor», di 5 crediti.

In aggiunta a questi, la Fofi ha fatto sapere che dal 7 agosto sono presenti online ulteriori tre corsi che i farmacisti possono fruire in modalità Fad. Nello specifico, «Le interazioni farmaco-cibo. Un rischio sottostimato», per 10,5 crediti, «Gestione nutraceutica del rischio cardio e cerebro-vascolare in farmacia: dalle dislipidemie ai sintomi del paziente affetto da scompenso cardiaco», per 4 crediti, ed infine «Farmacisti, vaccini e strategie vaccinali», per 10,5 crediti. In totale, i nuovi corsi attivati, con scadenza fissata al 31 dicembre 2019, consentono il conseguimento di un totale di 25 crediti Ecm.

I farmacisti interessati alla fruizione online che non dispongono di un account devono registrarsi all’indirizzo www.fadfofi.com. Aprire il link “Iscriviti” che consente l’accesso alla pagina «Registrazione nuovo utente». Dunque, proseguire nel processo di inserimento dei propri dati e di generazione delle credenziali di accesso. Una volta portata a termine l’operazione di registrazione è possibile accedere e seguire sin da subito i contenuti formativi, aprendo le relative intestazioni sugli sliders presenti in home page.

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Tecnologie e farmacisti: un approccio vincente per la gestione dell’ipertensione

Uno studio canadese spiega in che modo il tele-monitoraggio, assieme alla supervisione dei farmacisti, possa garantire cure migliori e costi ridotti.

Nei pazienti ad alto rischio, la gestione dell’ipertensione effettuata da farmacisti e abbinata al tele-monitoraggio della pressione arteriosa può risultare utile sia dal punto di vista clinico che da quello dei costi. A spiegarlo è un commento pubblicato dal Journal of Clinical Hypertension, e firmato da Stefano Omboni, presidente e direttore scientifico dell’Istituto italiano di Telemedicina di Solbiate Arno, in provincia di Varese.

Il dirigente cita in particolare un lavoro nel quale sono stati valutati i risultati ottenuti, su un periodo di 20 anni, grazie al tele-monitoraggio della pressione arteriosa su un vasto numero di pazienti canadesi considerati ad alto rischio, ovvero reduci da un evento cerebro-vascolare non invalidante. Si tratta dello studio intitolato “Cost‐effectiveness of home blood pressure telemonitoring and case management in the secondary prevention of cerebrovascular disease in Canada”, pubblicato nel 2018 dalla stessa rivista scientifica. «Abbiamo esaminato – hanno spiegato gli autori – l’incremento dell’efficienza finanziaria di tale intervento rispetto ai metodi di cura tradizionali che vengono utilizzati in Canada».

Il tele-monitoraggio della pressione arteriosa e la supervisione da parte dei farmacisti, dunque, consentono di migliorare lo stato di salute dei pazienti e al contempo di abbassare i costi delle cure: «I risultati – hanno aggiunto i ricercatori – indicano che il tele-monitoraggio ha consentito di portare ad un risparmio, nel corso della durata in vita del paziente».

Omboni cita quindi altri studi, che risalgono a pochi anni fa, che confermano l’utilità dell’approccio tecnologico. Ma sono poche le analisi che hanno tenuto conto di tali strumenti e, allo stesso tempo, anche dell’apporto garantito dai farmacisti. La conclusione alla quale è aggiunto il dirigente è che «sebbene l’uso di programmi di tele-monitoraggio richieda investimenti specifici e imponga anche maggiori contatti con i pazienti rispetto alle cure tradizionali, esso garantisce un significativo miglioramento del controllo della pressione.

Il tutto a costi relativamente bassi e soltanto di poco più alti di quelli legati ai metodi classici». Costi che, tra l’altro, «sarebbero molto probabilmente compensati da una riduzione delle spese relative ad ulteriori eventi cardiovascolari».

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