Il falso problema della ricetta medica.

“Servirebbe la ricetta”, una delle frasi più pronunciate ogni giorno nelle farmacie italiane e che spesso genera discussioni e lamentele da parte dei clienti. In questo editoriale, Farmacisti Al Lavoro vi racconta perchè- al netto di alcune inevitabili situazioni- quello della ricetta medica è un problema che non si pone.

Il cliente entra in farmacia e chiede una scatola di Oki. Il farmacista sospira, corruga la fronte e pronuncia la fatidica frase.

La scena è una di quelle che si vedono ogni giorno, in molte farmacie italiane: <Buongiorno>, chiede il cliente, <Potrei avere una scatola di Oki bustine?>. Il farmacista corruga la fronte, sospira e pronuncia la fatidica frase: <Per l’Oki servirebbe la ricetta>. Badate bene che, ai fini di quanto voglio dire, è indifferente che poi l’Oki venga esitato o meno. Personalmente, ci ho sempre visto qualcosa di molto brutto, quasi degradante in questa frase così apparentemente innocua, <Servirebbe la ricetta>. Negli anni ci ho riflettuto molto, e in questo editoriale mi piacerebbe esporvi il risultato delle mie riflessioni, sperando di riuscire a sensibilizzare quanti più colleghi possibile sull’importanza di esordire, alla richiesta di un farmaco etico da parte di un cliente sprovvisto di prescrizione, con un approccio diverso. Perchè, a rifletterci bene, quello della ricetta medica potrebbe essere un problema molto più piccolo di quanto noi lo facciamo.

Perchè usare il condizionale? La ricetta serve, oppure non serve.

Innanzitutto, perché usare il condizionale? La ricetta serve o non serve, e usare il condizionale invece dell’indicativo ha tre conseguenze immediate:

  1. Rappresenta un chiaro invito ad insistere, facendo perdere tempo sia al cliente che al farmacista.
  2. Sminuisce la posizione del farmacista, che avrebbe certi obblighi di legge “ma tanto si sa, siamo in Italia”.
  3. Punto più importante, sposta l’attenzione dall’esigenza di salute di chi abbiamo di fronte ad un problema di natura burocratica.

Vi proponiamo tre casi paradigmatici: richiesta di Triatec, Augmentin e Oki senza ricetta.

Lo stesso problema della ricetta è, a mio parere, un problema sopravvalutato. Prendiamo tre casi paradigmatici, in cui il cliente entra in farmacia e domanda, rispettivamente, una scatola di Triatec per la pressione, una scatola di Augmentin per il mal di gola e una scatola di Oki per il mal di testa. Nel primo caso, è chiaro che si possono agevolmente individuare i presupposti del DM 31/03/08, che autorizza la dispensazione senza ricetta in caso di urgenza a pazienti in terapia cronica. Diverso il discorso per un farmaco da usare in acuto come l’Augmentin: ma come sa bene ogni farmacista, la maggior parte delle faringiti ha natura virale ed è autolimitante, quindi l’antibiotico è inutile se non addirittura controindicato. Meglio un antinfiammatorio e, in caso di persistenza dei sintomi, una visita dal medico. Riuscire a spiegare questo al cliente, invece di concentrarsi sul problema ricetta-non ricetta, significa fare meglio il proprio lavoro. Naturalmente ci sarà sempre qualcuno che non accetterà il nostro consiglio, d’altra parte siamo un paese di analfabeti funzionali e il recente dibattito sui vaccini ne è la prova: ma se su dieci volte che ci chiedono un farmaco senza prescrizione nove volte finiamo a discutere, forse dovremmo cercare di fare un’analisi introspettiva e chiederci se non sia il caso di curare un po’ di più la nostra comunicazione. E veniamo all’Oki: se questo viene utilizzato in terapia cronica, ad esempio per un’artrite- e il cliente lo puo’ eventualmente dimostrare- allora ricorrono i presupposti del DM 31/03/08. Se invece questi presupposti non ricorrono, e il cliente semplicemente lo usa come panacea ogni volta che ha un po’ di mal di testa, che problema c’è? Esiste la versione da banco, e si puo’ vendere quella. Vendere un Oki senza prescrizione è doppiamente stupido, perché si viola la legge e si guadagna pure di meno. Senza contare che la versione da banco ha un dosaggio più appropriato per un dolore lieve occasionale, e fa lavorare i reni la metà. Se a questo aggiungiamo, tanto per dire, che fa effetto più rapidamente e si piglia pure senz’acqua, abbiamo abbastanza argomenti per convincere anche il più devoto adepto della setta dell’Oki bustine. Ma di esempi così ce ne sono per ogni sostituzione, basta usare le carte giuste.

Risolvere il problema è facile: invece di porre subito il problema della ricetta, proviamo a capire l’esigenza della persona che abbiamo di fronte.

In molte discussioni sui social mi è capitato di leggere di colleghi lamentarsi di screzi avuti con clienti per essersi rifiutati di vendere un medicinale senza ricetta. Esistono chiaramente anche dei casi in cui questi screzi sono inevitabili: se manca la ricetta per una benzodiazepina si puo’ sempre provare a consigliare un’alternativa naturale, ma in molti casi abbiamo a che fare con persone che dalle benzodiazepine hanno sviluppato una dipendenza fisica, e la loro aggressività è anche legata ai sintomi d’astinenza: inutile prendersela a male. In molti altri casi, però, se si è arrivati allo screzio è (anche) colpa del farmacista: esordire con la frase <Servirebbe la ricetta> equivale a dire al cliente <Non mi interessa il tuo problema di salute, non voglio aiutarti per questioni burocratiche>. E non so voi, ma io quando ho a che fare con dei burocrati ho quasi l’impressione che ci provino gusto a complicarmi la vita, quindi mi metto nei panni del cliente e penso che lui si debba sentire esattamente così quando noi lo sgridiamo perché non ha la ricetta (fra l’altro, lui potrebbe benissimo non saperlo visto che nell’altra farmacia non gliela chiedono mai). Il primo insegnamento che ho ricevuto dal mio mentore nel mondo della farmacia è stato proprio questo: “Quando ti chiedono un farmaco e non hanno la ricetta, tu chiedigli per cosa gli serve. Così dimostri di interessarti e, soprattutto, hai il quadro della situazione e sai come muoverti”. Vi posso garantire che funziona: dopo mesi passati a discutere con i clienti perché non avevano la ricetta- perché anche a me, istintivamente, agli esordi della carriera veniva da dire proprio questo, <Servirebbe la ricetta>- ho iniziato a chiedere <Per cosa le serve?>, ed è tutto cambiato in meglio, tanto che questa è ormai la mia prima lezione quando mi capita di occuparmi di formazione di giovani colleghi neolaureati.

Ovviamente la vita non è fatta di assoluti: ci sono molti farmaci che richiedono prescrizione medica quando invece potrebbero tranquillamente essere resi disponibili come farmaci da banco (ce ne siamo occupati in un nostro sondaggio), e a questo discorso, si affiancano le analisi sul farmacista prescrittore. Ma, al netto delle eccezioni, spero condividerete questo mio personalissimo punto di vista. Buon lavoro a tutti i farmacisti!

19 pensieri riguardo “Il falso problema della ricetta medica.”

  1. Sono perfettamente d’accordo! Anch’io ho risolto così e ti assicuro che è stato molto più utile, distensivo, stimolante, soddisfacente. Complimenti per l’articolo.

  2. Io racconto un episodio recente: una paziente mi chiede Indom collirio. La prima volta che lo prese, aveva una prescrizione, aveva subito un intervento e lo usò in quell’occasione. Tornò un paio di volte senza la prescrizione e sapendo dell’accaduto, glielo concedemmo senza ricetta, che però sapevamo avere visto la durata di sei mesi. La terza volta mi insospettii e chiesi: ” a cosa le serve di nuovo Indom?” la risposta fu: “le lacrime artificiali mi serviranno sempre, quindi devo sempre comprarle”.
    Un altro paziente mi chiese “ticlopidina”. Gli dico che ha la ricetta non ripetibile ed è anche mutuabile e mi rispose: “ma per un po’ di febbre, mi fa storie co’ la ricetta?”

    Sempre chiedere, si mostra interesse e i pazienti ringraziano 🙂

  3. Il PROBLEMA è la ricetta invece. L’unico professionista che ha bisogno di un’autorizzazione scritta su un fogliaccio volante da uno sconosciuto è il farmacista. Trovatemi voi un altro laureato (laurea vera di 5 anni no buffonate triennali) che durante il suo lavoro per effettuare una qualsiasi operazione ha bisogno di uno sconosciuto che n ha mai visto per poter fare quello per cui ha studiato. Cioè vendere un farmaco. Diciamolo una volta per tutte. A cosa serve il farmacista se per i farmaci OTC non serve ricetta e possono essere presi direttamente dal cliente e per gli etici serve la parola del medico? La figura a questo punto è inutile. Ci sono due strade o abolire il farmacista perché a leggere un foglio e prendere una scatola sono bravi tutti oppure limitare il medico a fare quello che sa fare, cioè diagnosticare una patologia, e vietargli quello che non sa fare, cioè conoscere i farmaci. Altrimenti noi siamo fuffa.

    1. Secondo me, caro collega, lei ha una visione distorta del nostro lavoro, che è dispensare farmaci e chiarire i dubbi dei pazienti, vigilare sulle corrette assunzioni e supportare la terapia con la pratica galenica. Non abbiamo bisogno dell’autorizzazione 😉 la ricetta è redatta sulla base di una diagnosi (che fa il medico) e riporta una posologia (che deve decidere chi fa la diagnosi), a noi il compito di dispensare e laddove necessario, vigilare sull’appropriatezza prescrittiva qualora verificassimo prescrizione discordanti. Il tutto insieme al medico.

      1. Non posso che concordare con Carola. In tutto il mondo, e come è giusto che sia, è il medico a scegliere la terapia. Questo naturalmente non esclude un discorso sul farmacista prescrittore, per il quale i tempi sono maturi.

    2. Guardi….sinceramente questa è un’altra storia…un argomento completamente diverso. Lei intanto cominci a svolgere correttamente il suo lavoro, poiché l’articolo del collega è perfetto.
      E se non è un farmacista, ma un cittadino che si occupa di altro, allora non riuscirà a cogliere il senso nè dell’articolo, nè di quello che affermò io.
      Serve professionalità, spieghiamo, diamo consigli reali, confortiamo, diamo supporto ai pazienti e collaborazione positiva coi medici.
      Il resto, come dice Lei, è fuffa.

  4. Secondo me la si fa più semplice di quanto in realtà sia: il cliente che vuole l’Oki, lo vuole anche per il suo basso costo, assolutamente non paragonabile al costo del cugino okitask.

    1. Il discorso sul costo è abbastanza marginale: noi ci facciamo caso, i clienti molto di meno. Considera che le persone difficilmente conoscono il prezzo dei farmaci ad uso occasionale (mentre si ricordano abbastanza bene il prezzo di quelli ad uso cronico). Da quando è disponibile Okitask, ho sostituito l’Oki diverse centinaia di volte, con pochissime lamentele, e ricordo solo una volta l’obiezione sul prezzo.

  5. Complimenti per la riflessione, ci sono sempre aspetti che si possono migliorare nel nostro lavoro, e la comunicazione a volte è un po’ trascurata. Un gran numero di clienti mi risponderà che si rivolgerà al solito collega che non fa troppe domande, ma qualcuno avrà la sensazione che mi sto prendendo cura della sua salute. Non importa quanti.

  6. Purtroppo il più grande problema delle farmacie italiane, o comunque una buona parte, è uno solo: la gestione.
    Da parte dei collaboratori può esserci tutta la buona volontà nell’andare incontro a chi entra con le opportune ricette, per misurare la pressione, per un semplice consulto, ma se il titolare vuole la sua attività gestita in un determinato modo si vende e basta, ricetta o non.

    Nella prima farmacia nella quale avevo lavorato (per fortuna solo pochi mesi per poi cambiare) la titolare pretendeva da noi collaboratori di vendere il più possibile, prodotti anche inutili e non inerenti le problematiche della persona, di dare farmaci senza ricetta agli amici, ai conoscenti, di non PERDERE TEMPO a parlare con le persone che entravano, anche solo per capire la terapia seguita, o chiarire a loro dei dubbi su posologie o quant’altro.
    Mi ricordo ancora la critica al mio essere “Troppo professionale”.

    E tale situazione ahinoi l’ho rivista in molti commenti di colleghi che si sono ritrovati loro malgrado ad essere trattati come commessi in primis da persone come la precedentemente descritta.
    Ovviamente non voglio negare la necessità di guadagnare, visto che i nostri stipendi derivano anche da quello, ma puntare solo ed esclusivamente sul denaro, sulla vendita va a gettare fango sulla professione e per tale motivo se una persona entra in farmacia senza ricetta, diciamo per l’Oki, seguo come Paolo l’iter più idoneo possibile per eventuali consigli, o per farlo tornare con la ricetta o per un prodotto analogo, ma non condanno assolutamente lui come cliente/paziente, ma chi gli ha fatto credere che tutto è lecito, ovvero colleghi (costretti o non ad agire in tale modo), o titolari di altre farmacie.
    E credetemi l’Oki è il minore dei mali. Ormai molti girano convinti di poter comprare inibitori di pompa come caramelle, contraccettivi senza controllo e prescrizione medica, antibiotici, determinati FANS per dolori lievi e potrei continuare la lista all’infinito.

  7. Sono pienamente d’accordo con te, Giuseppe. I titolari – legittimamente – comandano e gestiscono le cose a loro piacimento, convincendosi a volte di essere dei maghi del marketing, dimenticandosi del vero ruolo del farmacista che è quello di aiutare il paziente nella scelta più appropriata della cura e di tutto quello che ne consegue.
    Le benzodiazepine si vendono perchè “il paziente lo prende sempre” oppure “a me il dottore mi conosce”
    Purtroppo il problema dell’Italia non è la mancanza di regole (anzi di leggi ce n’è pure troppe) ma l’assoluta incapacità di farle rispettare. Mi viene da ridere nel leggere le sanzioni a cui noi farmacisti andiamo incontro quando facciamo tutto quello che si fa nelle farmacie ogni giorno. Dovrebbero multare e chiudere una farmacia ogni 5 minuti.
    Dell’esercizio abusivo della professione ne vogliamo parlare, una vera umiliazione per noi professionisti.

  8. Ringrazio del post e concordo con Paolo per il differente approccio da tenere, fa davvero la differenza. Ma purtroppo concordo anche con l’ultimo post di Giuseppe, che conferma che la prima responsabilità è a carico nostro, segnatamente di più ai titolari, che nei decenni abbiamo badato al cassetto e basta. Questo senza generalizzare. Gli ordini dei farmacisti hanno fatto orecchie da mercante invece di intraprendere provvedimenti disciplinari (c’è un codice deontologico da rispettare) , con la non tanto secondaria conseguenza che sono spesso i medici stessi a mandare i pazienti in farmacia “..tanto glielo danno senza ricetta..”, perchè è risaputo che facciamo così.
    Mi duole dirlo ma finchè non si interviene seriamente nel punire questa abitudine dannosa per tutti (noi dipendenti – non il titolare che ti obbliga – ci assumiamo responsabilità civile e financo penale), lavorare sul diverso approccio comunicativo è opera di fioretto.

    1. Sono d’accordo con te, i titolari hanno un sogno nel cassetto. Però, anche se off-topic, oggi 3 agosto 2017 leggo che è passato il DDL concorrenza e quel cassetto è stato finalmente aperto e quel sogno volerà via.
      Si spera che da oggi finalmente i titolari di farmacia diventeranno un pochino più collaboratori.
      Si spera che la farmacia italiana diventi più simile (uguale?) alla farmacia anglosassone dove senza una ricetta una medicina non la puoi assolutamente ottenere e dove la ricetta medica non è apostrofabile come “un falso problema” bensì come una regola che va rispettata soprattutto in un paese dove c’è sempre stata la tendenza a eludere regole e leggi.

  9. Egregi dottori in Farmacia buonasera,

    mi presento subito, mi chiamo Pasquale, ho 38 anni, sono un farmacista napoletano laureato con lode (come tanti), masterizzato in dietologia ed alimentazione umana con lode (facoltà di medicina), prossimo al perfezionamento in global health e sanità transfrontaliera, nonchè biotecnologo del farmaco.
    Il mio percorso s’incentra sul farmaco e sulla ricerca di nuove possibilità di cura, nella fattispecie mi occupo di biopolimeri e di ingegneria tissutale per la cura dell’incontinenza urinaria e fecale, soprattutto nei pazienti sottoposti a chirurgia oncologica ablativa e a radioterapia.
    Questa ricerca, frutto certamente della passione, è anche dettata da non meno di due buone ragioni:
    1- la volontà di conoscere ciò che non si sa, magari anche per trovare soluzioni rispetto ad incombenze familiari e quindi personali;
    2- la delusione per essere stato, una volta divenuto farmacista, uno dei tanti “sanitari” sfruttati da un titolare (oggi trascinato in tribunale e giudicato colpevole) che anche di notte mi mandava a consegnare con “mezzi propri” farmaci, dispositivi medici e bombole di ossigeno a cliniche e a case di cura con cui aveva, ed ha tuttora, appalti milionari… Il tutto ovviamente senza nemmeno un regolare contratto di lavoro!!! Purtroppo quando si ha bisogno di lavorare si scende a compromessi prima di tutto con se stessi, anche se per un tempo comunque limitato!!!
    La mia esperienza è sicuramente simile, per certi versi, a quella di tanti altri colleghi, ciononostante credo sia giusto parlarne, almeno solo per confrontarsi e raccogliere critiche, opinioni, pareri.
    Ho avuto anche altre esperienze in farmacia, ma tutte, a lungo andare, purtroppo inaspettatamente infelici a causa di una serie di motivi che accumulandosi nel tempo sono divenuti per me insostenibili, come ad esempio, e solo per citarne qualcuno, l’imposizione dispensatoria…”bisogna vendere quello che c’è anche quando non sussistono le opportune indicazioni”… mi domando, peró, se secondo Voi sia possibile che un “sanitario” sia trattato in un modo cosí indecoroso e che sia addirittura configurato alla stregua di un commesso o di un magazziniere, e che sia costretto a dispensare farmaci etici senza la ricetta del medico e senza poter proferir parola in merito?
    Se poi per un farmacista esercitare la libera professione significa aprire una parafarmacia (con tutte le relative limitazioni che la parafarmacia è costretta a sopportare dall’attuale sistema normativo), e per fare ció il giovane farmacista è costretto a sostenere delle spese non proprio sostenibili; secondo Voi è giusto che la libertà professionale debba costare così tanto?
    Allo stesso modo è giusto che un farmacista in possesso di uno specifico percorso universitario non possa esercitare liberamente ad esempio in qualità di “farmacista-nutrizionista” o di “farmacista-analista”… magari in un laboratorio di analisi chimico-cliniche… giacchè un farmacista può sostenere l’esame di abilitazione all’esercizio della professione di chimico ?
    Paesi non troppo lontani da noi in termini di coordinate geodetiche, hanno mostrato, sotto questo profilo, un maggiore senso civico che si è tradotto in un’evoluzione “de facto” delle competenze del farmacista. Il normale pattern progressivo, in quegli stessi paesi… in cui si sono rifugiati tanti amici miei… vede il farmacista impegnato: nella prevenzione, nella vaccinazione, nella libera professione, nella medicina estetica-clinica, nella clinica-funzionale nonchè nella prescrizione “giustamente limitativa”, etc…
    Si è visto “rebus sic stantibus” che da questo sincretismo ne giovano:
    1- la società (fatta più di persone che non di politici)
    2- il farmacista, che ha la giusta collocazione che un professionista deve avere.

    L’aureolato ritratto di dispensatore oleografico, ancora per molti versi aggiogato al carro dell’Arcadia, non è piú l’abito che puó continuare ad indossare il farmacista nella moderna società. Le lotte intestine non condurranno ad una soluzione che possa coinvolgere tutti i farmacisti!!! Occorre un processo di ottimizzazione attraverso un efficientamento delle risorse legislative, a mezzo delle quali il sanitario farmacista possa essere proiettato nel futuro e non già nel passato!!!

    Nel frattempo, mentre studiavo per la seconda laurea e pur avendo la necessità di lavorare… cioè di fare ciò per cui avevo studiato, presi l’amara decisione di cancellarmi dall’ordine… soprattutto per liberarmi da una spina nel fianco che costringe i farmacisti a corrispondere somme inique ad un Ente senza poter applicare la propria libera volontà di scelta.
    Sono addirittura arrivato a credere che Farmacia sia stato un errore di gioventú e forse è cosí!!! Ma queste conoscenze mi appartengono di diritto e ne faró buon uso…ma non qui e non in farmacia!!!

    Si spera sempre che la situazione possa migliorare, ed è sull’onda della speranza che faccio un grosso “in bocca al lupo” a tutti i colleghi farmacisti.

    Cordiali saluti
    Pasquale

  10. Anch’io sono d’accordo con il punto di vista del dr. Paolo Cabas. Tuttavia, penso che rimangano ancora alcuni problemi da affrontare:
    1)il titolare/la titolare che ti impone di vendere il più possibile, se vuoi continuare a lavorare nella sua farmacia;
    2)troppa autonomia nella vendita dei medicinali concessa ai commessi non laureati e alle commesse non laureate in farmacia. La commessa sarà anche bella, simpatica e brava a vendere ma, se non è laureata in farmacia, non può vendere i medicinali;
    3)l’ordine provinciale dei farmacisti, in generale, non prende quasi mai le difese del farmacista collaboratore onesto che vuole solo lavorare rispettando la salute del cliente e rispettando la legislazione farmaceutica;
    4)i farmacisti liberi professionisti che lavorano come collaboratori in farmacia devono pagare più di € 4000 di contributi all’ Enpaf e non possono avere nessuna riduzione in quanto possessori di partita iva, mentre i farmacisti collaboratori dipendenti, assunti con contratto di lavoro, possono avere le riduzioni nella contribuzione. Mi sembra una ingiustizia perché sia il farmacista con partita iva, sia il farmacista dipendente, fanno entrambi lo stesso lavoro in farmacia, entrambi sono alle dipendenze dello stesso titolare;
    5)la maleducazione e la cattiveria di alcuni clienti. Purtroppo, la maleducazione sta aumentando un po’ in tutti i settori lavorativi ma in quei lavori a contatto con il pubblico questo problema è più evidente. Ho aggiunto anche la cattiveria. Infatti, alcuni clienti a cui non è stata venduta una benzodiazepina perché non avevano la ricetta medica, il giorno seguente si sono “vendicati” facendo licenziare, dal titolare, il farmacista onesto. Il titolare ha giustificato il licenziamento del suo farmacista collaboratore dicendo che gli aveva fatto perdere molte vendite.

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