Il farmacista dipendente, una figura senza rappresentanza

Chi rappresenta i farmacisti all’interno degli Ordini? Farmacisti Al Lavoro ha scoperto che i farmacisti dipendenti sono praticamente senza rappresentanza.

Ci scrive un collega meridionale: <Da noi i farmacisti non titolari non sono tutelati dall’ordine provinciale, che è composto esclusivamente da titolari>.

Qualche tempo fa ha scritto a Farmacisti Al Lavoro, in una mail privata che pubblico con il suo consenso, un collega iscritto ad un Ordine di una regione meridionale che, dopo aver prestato servizio per due settimane presso una farmacia stagionale, è stato lasciato a casa e non è stato pagato: <Purtroppo da noi i neolaureati non figli di farmacisti non sono tutelati dall’Ordine provinciale, che è composto da titolari che hanno deciso che dobbiamo prestare i primi due anni di pratica professionale a titolo gratuito. Se vogliamo imparare siamo costretti ad entrare nelle loro farmacie, lavorare a tutti gli effetti, senza però essere retribuiti come nelle altre città d’Italia. Nessuno di noi si oppone a questo sistema, perché significherebbe non lavorare mai più in questo settore. Qualcuno lascia questa terra, altri invece non possono andare via e sono costretti ad abbassare la testa, oppure a cercare altri tipi di lavoro. Spero comunque di riuscire a risolvere questa situazione>. Esiste davvero un accordo tra i titolari che costringe i farmacisti non titolari di quella provincia a lavorare gratis due anni prima di essere assunti? Non abbiamo modo di saperlo, e vogliamo pensare di no. Tuttavia, osservando il consiglio direttivo di quell’Ordine provinciale, ho facilmente identificato come titolari di farmacia il presidente, il segretario, il tesoriere e nove consiglieri su undici. Solo un consigliere sembrerebbe essere un collaboratore, mentre il vicepresidente e l’ultimo consigliere sono rispettivamente un dipendente dell’azienda sanitaria e un docente universitario. Dopo questa breve indagine, ho deciso che avrei studiato il fenomeno più a fondo: è possibile che anche nelle altre province italiane i farmacisti collaboratori non siano rappresentati all’interno degli ordini? Così ho fatto una ricerca a livello nazionale riguardante i presidenti degli Ordini. Prima ancora, però, ho voluto studiare numericamente quali fossero le forze in gioco.

Quanti, dei farmacisti italiani, sono titolari? Quanti sono dipendenti di farmacia privata? Quanti lavorano nelle farmacie comunali? Quanti, come il sottoscritto e gli altri liberi professionisti, i farmacisti ospedalieri e i dipendenti ASL, gli informatori scientifici, i titolari di parafarmacia, i docenti universitari e gli impiegati nell’industria non fanno parte di nessuna delle tre precedenti categorie? I numeri possono essere desunti dai dati Federfarma del 2015, che riporto:

  • Diciannovemilacinquecento sono i titolari di farmacia o i soci di farmacia privata, pari al 25% del totale.
  • Trentottomila sono i collaboratori di farmacia privata. Naturalmente entrano in questo computo anche i figli dei titolari inquadrati dai loro genitori come dipendenti, purché non abbiano partecipazioni nella farmacia. I dipendenti rappresentano quindi quasi la metà del totale, ovvero il 48% di tutti i farmacisti.
  • Quattromilacinquecento circa sono i direttori o i collaboratori di farmacie comunali, per una quota pari al 6%.
  • Diciassettemila sono farmacisti ospedalieri, titolari di parafarmacia, dirigenti ASL, informatori scientifici, liberi professionisti o farmacisti impiegati nell’industria farmaceutica, complessivamente il 22%.

Nonostante i collaboratori siano il 48% dei faramacisti italiani, eleggono solo l’11% dei presidenti degli ordini.

Nel passaggio successivo, ho analizzato la ripartizione dei presidenti degli Ordini provinciali alla luce di queste quattro macrocategorie. Il dato è sorprendente: nonostante i titolari siano solo il 25% dei farmacisti, eleggono il 78% dei presidenti degli ordini. I collaboratori invece, che sono il 48% dei farmacisti, eleggono un presidente dell’ordine solo nell’11% dei casi. In linea i farmacisti delle comunali (6% degli iscritti, 4% delle presidenze), mentre le altre categorie non sembrano particolarmente interessate alla rappresentanza: solo il 7% dei presidenti non sono nè titolari, nè dipendenti privati nè dipendenti comunali. La tabella seguente riporta i dati assoluti:

Curiosa anche, in termini percentuali, la ripartizione geografica: il Meridione si conferma in linea con la media nazionale. I collaboratori sembrano eleggere un maggior numero di rappresentanti nelle regioni del Centro Italia- 23% del totale, il doppio rispetto alla media nazionale- mentre al Nord solo un collaboratore è riuscito a diventare presidente di un Ordine provinciale e in alcune regioni, come il Piemonte e la Lombardia, il 100% dei presidenti dell’ordine sono titolari. È un titolare il presidente dei farmacisti italiani, il dottor Andrea Mandelli, che è anche senatore della Repubblica. La tabella seguente riporta i dati regione per regione.

Alla luce di tutto questo, emerge chiaramente un dato incontestabile: i  collaboratori non sono rappresentati a livello istituzionale. Questo ha un impatto sulla scarsa retribuzione? Si potrebbe osservare che gli Ordini provinciali e la Federazione nazionale non si occupano di retribuzioni, ed in senso stretto questo è vero: la contrattazione dipende da un accordo tra la Federfarma, sigla che riunisce i titolari di farmacia, e le diverse sigle sindacali. Ma chi sono queste sigle sindacali? Se leggiamo attentamente il CCNL, ci accorgiamo che a rappresentare i farmacisti dipendenti non ci vanno dei farmacisti, bensì i delegati al commercio dei grandi sindacati italiani (CGIL, CISL e UIL). La necessaria conseguenza è che questi soggetti non tutelano esclusivamente i farmacisti dipendenti di farmacia privata, quanto più in generale i dipendenti delle farmacie private, compresi i magazzinieri, i contabili e le donne delle pulizie.

Con il contratto del commercio, i sindacati non tutelano esclusivamente i farmacisti, ma in generale i dipendenti di farmacia privata, compresi magazzinieri, contabili e donne delle pulizie.

Il risultato è che i farmacisti dipendenti non solo non sono rappresentati a livello istituzionale, ma sono poco rappresentati- in via esclusiva- anche in sede sindacale. Di questo ce ne ha parlato il dottor Francesco Imperadrice, in un’intervista. Ad ogni modo, è chiaro che gli ordini professionali non possono intervenire significativamente in materia retributiva, ma sicuramente possono fare delle politiche di beneficio a chi non possiede una farmacia e non ha le risorse per acquistarla: una tutela del farmacista, più che della farmacia. Oggi invece sembra avvenire esattamente il contrario, tanto che la posizione assunta dalla Federazione dei farmacisti sui grandi temi che ci riguardano corrisponde sostanzialmente a quella di Federfarma, associazione dei titolari di farmacia.

Probabilmente, la migliore strategia che potrebbero adottare i farmacisti collaboratori per ridurre il peso delle richieste dell’ENPAF nei loro confronti sarebbe quello di intervenire direttamente nella sua gestione.

E veniamo ora al secondo punto, quello relativo all’ENPAF. Partiamo da un presupposto: non è possibile abolire l’ENPAF, come molti dipendenti vorrebbero, perchè tutte le professioni ordinistiche devono per legge dotarsi di una cassa professionisti. 

Probabilmente, la migliore strategia che potrebbero adottare i farmacisti collaboratori per ridurre il peso delle richieste dell’ENPAF nei loro confronti sarebbe quello di intervenire direttamente nella sua gestione. Lo statuto prevede che nel consiglio d’amministrazione siedano necessariamente:

  • Quattro consiglieri non titolari;
  • Quattro consiglieri titolari;
  • Il presidente dell’ordine dei farmacisti (ad oggi, come in passato, un titolare) ; 
  • I due rappresentati del Ministero del Lavoro e del Ministero della Salute.
  • Oltre al consiglio d’amministrazione, dove attualmente i titolari sono in maggioranza rispetto ai non titolari in quanto il presidente della federazione è un titolare (e il presidente dell’ente, il dottor Emilio Croce, è un titolare) l’altro organo di governo dell’ente è il consiglio nazionale, composto da tutti i presidenti degli ordini provinciali che, come abbiamo visto, sono per il 78% titolari. 

Sicuramente, se i collaboratori facessero valere la loro preponderanza numerica anche all’interno dell’ente, potrebbero modificare il regolamento in senso per loro più favorevole, eventualmente anche approvando il contenuto della petizione lanciata dal Conasfa che propone l’abolizione dell’obbligatorietà del versamento per i dipendenti.

Siamo arrivati alla conclusione. Che cosa ci dicono questi numeri? Ci dicono che i farmacisti collaboratori non sono rappresentati, in proporzione al loro numero, nè a livello istituzionale nè all’interno dell’ENPAF, e probabilmente questa è una delle ragioni per cui le regole dell’attuale sistema non appaiono favorevoli nei confronti di chi non possiede una farmacia. Nel 2018 si terranno le elezioni per il rinnovo dei direttivi provinciali. Sarebbe interessante sapere se, nella prossima tornata elettorale, si osserverà una maggior partecipazione da parte dei farmacisti dipendenti, che ad oggi sembrano aver delegato ad altri la gestione del proprio presente, e anche del proprio futuro

© Riproduzione riservata

Autore: Farmacisti Al Lavoro

Il blog per i farmacisti che non si accontentano.

2 pensieri riguardo “Il farmacista dipendente, una figura senza rappresentanza”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *